Il 2 ottobre, a un anno e mezzo di distanza, l’Irlanda è tornata al voto referendario sul trattato di Lisbona. Il 13 giugno 2008 avevano vinto i «no» con il 53,4%, risultato clamoroso perché l’establishment politico era pressoché compatto a favore della ratifica del trattato, ma non completamente inaspettato per l’andamento della campagna elettorale.
Ora in Irlanda il risultato si è capovolto con la vittoria del «sì» ed i maggiori partiti esultano. Esulta ad esempio il Fine Gael, affiliato al Ppe, cioè l’opposizione di centro. I suoi leader si erano spesi moltissimo nei giorni scorsi per convincere i propri elettori a non trasformare il voto in un referendum pro o contro il governo di Brian Cowen e del Fianna Fail. E per lo stesso motivo esulta Cowen: il rischio era proprio che gli irlandesi ne approfittassero per dare uno smacco al suo governo. La popolarità di Cowen e del suo partito è ai minimi storici: tutta colpa della crisi economica, che dal 2008 si è aggravata (fino a una disoccupazione del 12,5%, mai così elevata dai tempi della Tigre Celtica) nonostante le misure per arginare i danni, come la nazionalizzazione dell’Anglo Irish Bank (la terza banca del Paese) e i numerosi interventi diretti a sostegno dell’economia con sussidi di varia natura. Interventi che non hanno sortito effetti positivi e hanno piuttosto dato l’impressione che il governo si sia mosso alla cieca.
Sui giornali, nelle università, nei pub (tradizionali luogo di ritrovo) c’è stato più dibattito che nel 2008. Sono emersi con chiarezza i rischi di un ulteriore prevalere del «no». L’Irlanda ha capito che Bruxelles non avrebbe concesso una terza possibilità, e che l’Europa «a due velocità», sempre prospettata in questi casi, sarebbe stata a quel punto più che probabile. Così gli irlandesi si sono concentrati a pensare ai benefici che l’appartenenza all’Ue ha dato loro nel tempo: l’Irlanda è uno dei Paesi più sovvenzionati dalle istituzioni comunitarie. A favore del «sì» è poi scesa in campo l’impresa forse più rappresentativa del Paese, la Ryanair, che ha speso 200mila euro in pubblicità per esprimere la sua posizione. Il messaggio della Ryanair, chiaro e semplice, è stato che senza le leggi comunitarie contro i monopoli una compagnia aerea alternativa all’Aer Lingus non sarebbe potuta sorgere. E invece non solo è nata, ma è diventata la più importante d’Europa per numero di passeggeri e ha notevolmente incrementato sia la mobilità degli irlandesi, sia quella degli europei verso l’Irlanda, con evidenti benefici per il turismo e per tutta l’economia. Uno dei motori della vittoria dei «sì» è certamente la cosiddetta generazione Erasmus, quelli nati dagli anni ’70 in poi, che nel 2008 si erano mostrati euroscettici e ora hanno cambiato posizione, ma dai primi dati sembra che anche nelle circoscrizioni operaie della periferia di Dublino (le più euroscettiche nel 2008) i «sì prevarranno. Nel 2008 soltanto in 10 circoscrizioni su 43 vinsero i «sì», tra cui quella di Clare (dove c’è l’aeroporto di Shannon) e cinque a Dublino città. Stavolta invece sembra che poche circoscrizioni vedranno la vittoria di misura del «no». Tra queste le due del Donegal, la parte forse più affascinante del Paese ma anche la più arretrata e rurale.
Con la vittoria iralndese del «sì» a Bruxelles tirano un sospiro di sollievo. Dopo l’Irlanda, infatti, all’appello per la ratifica del trattato di Lisbona mancano soltanto la Polonia e la Repubblica Ceca, che hanno voluto aspettare il risultato di Dublino. Ma i vertici europei non potranno festeggiare del tutto. Se da un lato la ratifica di Lisbona è un tassello importante nella direzione della razionalizzazione istituzionale, soprattutto (ma non solo) in materia di politica estera, nonché un segnale di slancio dopo che la Costituzione era stata accantonata, dall’altro lato l’Ue è spesso protagonista di palesi inefficienze burocratiche che infastidiscono i cittadini europei. Forse non è esattamente questa l’Europa ideale, ma (e sembra che anche a Dublino l’abbiano compreso) è meglio che «ognuno per la sua strada».
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