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Numero 461
del 08/02/2012
Schiaffo olimpico per Obama PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
martedì 06 ottobre 2009

Per il presidente americano Barack Obama il bilancio della scorsa settimana non può che essere considerato negativo. Iniziata con l'ammissione, da parte del segretario alla Difesa Gates, che il carcere di Guantanamo Bay non sarà chiuso nei tempi inizialmente prestabiliti dall'amministrazione, proseguita con la bocciatura, da parte della Commissione Finanze del Senato, di due progetti di legge di riforma della sanità contenenti l'assai discussa «public option», essa è terminata con la dura sconfitta della mancata assegnazione delle Olimpiadi 2016 alla città di Chicago. Un risultato già di per sé deludente, aggravato non solo dal fatto che Chicago è la città di origine di Obama, ma anche dai plateali sforzi dell'ultimo minuto dello stesso comandante in capo, il quale nel weekend ha deciso di scendere in campo in prima persona, compiendo un «blitz» in Danimarca al solo fine di promuovere la candidatura della metropoli dell'Illinois. Un gesto che, come facilmente prevedibile, avrebbe portato notevoli benefici all'immagine dell'inquilino della Casa Bianca in caso di successo, mentre avrebbe scatenato un pesante contraccolpo politico in caso contrario. E così è stato.

Al viaggio transoceanico del presidente non erano state risparmiate alcune critiche già in partenza. Molti osservatori, non solo tra le file dell'opposizione, avevano sollevato dubbi sull'effettiva necessità di occuparsi personalmente della vicenda, data la presenza di questioni più scottanti sulla scrivania presidenziale, dalla riforma sanitaria al fronte afghano. «Obama è ora a Copenhagen. Sta tentando di portare le Olimpiadi a Chicago, mentre l'Iran si sta preparando a lanciare bombe nucleari su tutto il mondo», scherzava il comico Jimmy Fallon, conduttore di un popolare show satirico sulla NBC, sottolineando l'opinione condivisa dai più sul grado di urgenza della questione Olimpiadi. Secondo alcuni commentatori, tuttavia, l'azione di Obama era motivata da probabili, quasi sicuri, elementi di «intelligence», i quali avrebbero rivelato che la vittoria di Chicago sarebbe stata alla portata: la discesa in campo di uno dei leader politici più popolari del pianeta, accolto nel mondo al pari di una rockstar, sarebbe stata decisiva, e avrebbe quasi sicuramente fatto la differenza.

Purtroppo per Obama, tali previsioni si sono rivelate completamente errate. Non solo la sua città di origine non è riuscita a conquistare i giochi olimpici del 2016: essa non è neppure arrivata alla fase finale, eliminata già nel primo turno di votazioni (solo 18 voti su 94). Un risultato al di sotto delle più nere aspettative, che ha reso l'intervento di Obama «non solo privo di successo, ma totalmente inefficace», come ha notato Josh Gerstein su The Politico. Come ovvia conseguenza della mancata assegnazione delle Olimpiadi, andate a Rio De Janeiro, il rientro in patria del presidente americano è stato accompagnato da un'ondata di polemiche. «Che cosa aveva in mente?» si è chiesto un editoriale del New York Times, testata solitamente tenera con l'amministrazione democratica: «Nel mezzo di tutto quello che sta affrontando Obama, che bisogno c'era di una sconfitta, anche se piccola?». «No, you can't», ha ironizzato l'opinionista conservatrice Michelle Malkin, prendendo in prestito lo slogan della campagna elettorale per le presidenziali. Sul fronte dell'opposizione repubblicana, oltre a una buona e consueta dose di accuse e critiche, non sono mancati casi di vera e propria esultanza per quanto avvenuto, immediatamente bollati come gesti «anti-americani» dalla maggioranza.

Al di là della dialettica tra fazioni opposte e di reazioni scomposte da parte degli oppositori dell'amministrazione, il risultato di Copenhagen ha fatto emergere, ancora una volta, seri dubbi sulla credibilità politica del presidente Barack Obama. Il quale, accusato di grande inesperienza sin dalla campagna elettorale, effettivamente privo di alcune credenziali fondamentali nel campo della politica estera, è stato nuovamente vittima di quello che sembra essere un errore di valutazione. Una «sorprendente umiliazione» per un presidente «amato da molti, ma temuto da nessuno», come definito dal britannico Times. «Il presidente Eisenhower sosteneva che i presidenti degli Stati Uniti dovessero presentarsi ai meeting solo dopo aver avuto la certezza che il successo era assicurato», ha dichiarato il repubblicano Newt Gingrich, tra le voci più critiche riguardo al blitz danese di Obama. Mentre c'è chi, come il commentatore sportivo Ron Flatter, sostiene che il presidente si sia esibito in uno dei più classici esempi di «arroganza americana», sperando che una semplice apparizione facesse la differenza (mentre altri capi di Stato, come il brasiliano Lula, lavoravano da mesi per ottenere i voti necessari), per la maggior parte dei commentatori si tratta dell'ennesimo caso in cui Barack Obama ha sopravvalutato il potere a sua disposizione e messo a rischio il proprio prestigio, tentando di ottenere un risultato importante facendo affidamento esclusivamente alla sua immagine e al suo provato talento retorico. Una scelta probabilmente motivata da informazioni errate, nonché da una notevole dose di ingenuità. Il risultato, come evidente, è stato un totale e inequivocabile fallimento. Che ha dimostrato, come notato dal Chicago Tribune, che «anche la magia del presidente Obama ha i suoi limiti».




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