Preservare il primato della politica: è questo il vero principio che sta a cuore al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ed è proprio per difendere questo sacro principio non negoziabile che il Cavaliere non rinuncia a lottare contro tutte quelle componenti del mondo politico, della magistratura e dell'establishment che da circa quindici anni cercano di instaurare un regime diverso, basato su una politica più debole e succube di altri poteri. Coloro che dietro le vicende giudiziarie di questi giorni cercano di vedere soltanto l'ennesimo tentativo di Berlusconi di difendere se stesso ed i propri interessi dagli attacchi dei giudici, commette - in buona o in cattiva fede - un grave errore di valutazione politica.
Quando il premier parla di «sentenza politica» da parte della Consulta, di «organismi di garanzia non sempre super partes» e di volontà di «ribaltare l'esito del libero voto popolare», lo fa perché ha la percezione di una serie di manovre che vengono poste in atto e che mirano a mettere sotto scacco la politica. Questo tipo di strategia ha le sue radici negli anni di Tangentopoli, quando una politica impaurita e indebolita decise di abdicare di fronte all'invadenza della magistratura. Questo ribaltamento degli equilibri fra i poteri dello Stato, fortunatamente, è stato fermato e attenuato proprio dalla discesa in campo, nel 1994, di Berlusconi. Nonostante ciò, però, questa tendenza a rovesciare il tavolo di tanto in tanto ritorna a galla.
La difesa del primato della politica, nei fatti, coincide con la difesa del principio costituzionale della sovranità popolare. La volontà popolare, espressa per mezzo di libere elezioni, è il bene supremo che deve essere rispettato a tutti i costi, da tutti e sempre. La magistratura e le altre istituzioni di garanzia previste dal nostro ordinamento, senza dubbio, fanno bene a reclamare e a difendere la propria autonomia, ma, al tempo stesso, devono abbandonare ogni tentazione che punti ad invadere o a limitare la sfera di autonomia della politica. In caso contrario, infatti, oltre a porre in atto una condotta contraria alle regole, si renderebbero protagonisti di un comportamento gravemente lesivo della loro immagine.
Alla luce di quanto avviene in Italia da circa un quindicennio, è chiaro che le argomentazioni e le denunce portate avanti dal premier Berlusconi non sono affatto infondate, anzi. In più di una occasione, infatti, si è registrato il tentativo di ribaltare l'esito del legittimo voto popolare tramite l'uso della mannaia giustizialista. Così è accaduto nel '94; così è accaduto durante la legislatura 2001-2006; così sta accadendo ancora oggi. La battaglia del Cavaliere, quindi, non è una battaglia di parte. Si tratta, piuttosto, di una battaglia per la democrazia, per la libertà e per la difesa del primato della politica e della volontà popolare.
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