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Numero 462
del 11/02/2012
Honduras. C'è incertezza sul futuro del paese PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
venerdì 09 ottobre 2009

Si erano aperti i negoziati per la pacificazione dell'Honduras, sotto l'egida diplomatica dell'Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che subito ai più è apparso il fallimento della trattativa medesima. L'Honduras, che dal 28 giugno vive una situazione politica interna dominata dal caos e dalle incongruenze politiche e giuridiche, aspettava con ansia tali negoziati, speranzoso di poter ridare al proprio popolo quella certezza che solo le elezioni politiche del prossimo novembre avrebbero potuto assicurare. Ma il presidente attualmente in carica, Micheletti, ha rimescolato le carte ormai sul tavolo delle trattative, rigettando nell'incertezza il futuro del proprio paese.

Ripercorriamo brevemente gli eventi storici che hanno determinato lo stallo delle trattative negoziali apertesi in questi giorni. Il piccolo Paese centroamericano si sveglia la mattina del 28 giugno di quest'anno in pieno caos politico e sociale, determinato dal golpe di stato ad opera dell'élite militare e anche di una parte politica del Paese medesimo ai danni dell'allora presidente Zelaya, che verrà prelevato nella notte ed estradato contro la sua volontà da un gruppo di militari. Il presidente Zelaya, infatti, si era reso colpevole agli occhi della classe politica dirigente del paese del tentativo di sovvertire l'ordine costituzionalmente determinato, avendo ripetutamente tentato di far approvare quella modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di candidarsi alla carica presidenziale senza vincoli temporali di mandato. Il presidente Zelaya, però, dopo aver raccolto il più ampio consenso internazionale per un suo possibile ritorno in patria, nonché la condanna del golpe di stato medesimo, creando una fitta rete di alleati tanto regionali quanto internazionali (tra i quali si annoverano anche gli Stati Uniti), aveva tentato un suo ritorno in patria, fallito miseramente; così come è fallito il precedente tentativo di riconciliazione tra lui e l'attuale presidente in carica Micheletti, grazie alla mediazione del Costa Rica (paese nel quale si era rifugiato Zelaya dopo la sua estradizione del 28 giugno). Infine il rientro in patria di Zelaya, che tutt'oggi è ospite (o volontario carcerato) all'interno dell'ambasciata brasiliana in Honduras.

Zelaya, quindi, ha cercato con tutti i suoi mezzi (alcuni dei quali concessigli anche dal diritto internazionale medesimo) di divenire emblema di una causa più grande di lui stesso, ovvero dell'inaccettabilità di qualunque tipo di sovvertimento dello status quo che non passi dalle urne elettorali o dai processi democraticamente prestabiliti. Ed è così che il vero Zelaya, l'uomo politico che si ispira ai principi del neobolivarismo e promotore della loro applicazione all'interno del sistema politico honduregno, si è tramutato in un «martire per la democrazia del e nel suo paese».

Zelaya, infatti, è solo l'ultimo membro del c.d. club dei neobolivariani, ovvero di quei presidenti dell'America Latina e Caraibi, primo tra tutti il venezuelano Chávez, che hanno abbracciato a pieno la dottrina del neobolivarismo (una versione tutta latina del socialismo europeo, con tratti di comunismo, il tutto in chiave di «redenzione» delle origini latine), determinando de facto uno slittamento a sinistra dell'asse politico regionale.

È così, quindi, che l'attuale processo di negoziazione sperava di riportare un clima più sereno tra i militari e l'élite politica honduregna a sostegno di Micheletti con Zelaya, al fine di permettere un sereno svolgimento della tornata elettorale prevista per il 29 di novembre. Ma così non è stato. Dopo aver fatto gli «onori di casa», Micheletti ha accolto i vari delegati presenti presso l'hotel Clarion a Tegucigalpa, ascoltato le prime dichiarazioni espresse dal Segretario Generale della Osa, José Miguel Insulza, e dai cinque diplomatici del Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Messico e Guatemala, prima di iniziare la sua «personale arringa». Dopo aver esplicitamente accusato i delegati presenti di aver giudicato la situazione dell'Honduras solo a partire da quel famoso 28 giugno, Micheletti ha dipinto quello che secondo lui (e l'attuale classe politica honduregna) è il reale volto di Zelaya, il «martire per la democrazia». L'immagine che ne esce fuori è quella di un uomo che ha chiamato alla ribellione, disordine e caos sociale il proprio paese, ed in particolare i suoi sostenitori, da quando la giunta militare lo ha condotto fuori del paese, invocazioni effettuate grazie all'utilizzo di stazioni radiofoniche e televisive (oggi oscurate) che hanno portato anche alla morte, oltre che il ferimento, di alcuni honduregni. È l'immagine di un uomo che si è macchiato di abuso di ufficio e di potere nel periodo in cui è stato in carica come presidente dell'Honduras, che ha soddisfatto i propri bisogni e vezzi personali grazie all'utilizzo indebito di denaro e fondi pubblici. È l'immagine di un uomo che certo non si può definire «martire per la democrazia».

È emersa, quindi, la dicotomia esistente tra assunti interni di un paese e visione che la comunità internazionale ha di questo. Le parole dell'ambasciatore brasiliano presente alla negoziazione sono emblematiche: «non è nostro compito, e neanche della Comunità Internazionale, giudicare le azioni di Zelaya durante il suo mandato presidenziale (ricadendo queste nell'alveo degli affari interni di un paese, e quindi stando alla giurisdizione dei tribunali honduregni); è nostra responsabilità, invece, denunciare le violazioni della Carta iberoamericana (che nega esplicitamente l'ipotesi del sovvertimento politico interno attraverso la pratica del golpe di stato di stampo militare)».

Sebbene possa non ricadere nelle competenze della Comunità internazionale (che appare agire più come un Ponzio Pilato nelle questioni regionali dell'America Latina e Caraibi), è certamente un imperativo della società civile internazionale riflettere sul vero significato che gli avvenimenti in Honduras hanno e le conseguenze che portano con sé. È innegabile la condanna unanime alla risoluzione di problematiche interne attraverso la pratica dei golpe di stato militari (che in America Latina hanno tristemente determinato un sanguinoso bagaglio storico di molti paesi). È altrettanto vero che non è possibile sfigurare le personalità politiche della loro natura o delle loro azioni politiche per far sì che si cospargano il capo di ceneri, per essere nostri emblemi di battaglie che, nella maggior parte dei casi, questi non desiderano portare avanti.




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