Tra i commenti apparsi su Repubblica il 6 ottobre faceva capolino, con un richiamo in prima pagina, uno scritto di Paul Krugman, illustre docente di relazioni internazionali all'università americana di Princeton ed editorialista del New York Times. L'articolo è un forte atto di accusa nei confronti dei repubblicani americani che, secondo l'autore, pur di attaccare Obama ad ogni costo non rinuncerebbero ad atteggiamenti dannosi per l'intero paese. L'esempio è calzante: qualche giorno fa una parte del mondo culturale riferibile al partito dell'elefantino ha fatto un tifo sfrenato contro Chicago nella corsa all'assegnazione delle Olimpiadi del 2016. Sappiamo tutti com'è andata a finire: i Giochi Olimpici si terranno a Rio de Janeiro, con grande delusione della coppia presidenziale, che - soprattutto per quanto riguarda la first lady - aveva fatto tutto il possibile per dare alla città dell'Illinois l'onore dell'evento sportivo più importante del mondo. Ovviamente, il nesso causale tra i due avvenimenti è pressoché nullo, ma è comunque indicativo di quanto sia spiacevole una cultura che antepone gli interessi di parte a quelli generali.
Invocare un atteggiamento responsabile quando in ballo ci sono gli obiettivi concreti di un'intera nazione è un atto di buonsenso, che normalmente non dovrebbe sorprendere. Ma sorprende eccome se è rilanciato proprio da Repubblica, che, come tutti sanno, da mesi nei confronti di Berlusconi fa sistematico ricorso a quell'isterica ostilità che Krugman, riferendosi allo scenario del suo paese, critica ferocemente. Secondo il quotidiano di Largo Fochetti, evidentemente, l'ossequio al sentimento nazionale che va osservato in determinate circostanze, negli Stati Uniti, sfuma senza alcuno scrupolo quando si tratta dell'Italia. Dove la caccia smaniosa al nemico Berlusconi ha la priorità su tutto.
La stessa Repubblica che ospita chi critica un «approccio cinico, da "il fine giustifica i mezzi"», soltanto tre mesi fa, con l'approssimarsi del G8 dell'Aquila (un evento che dovrebbe avere tutti i crismi dell'interesse nazionale) mandava in stampa retroscena fantasiosi in cui il nostro paese veniva descritto come marginale, guidato da un premier senza alcun credito presso i suoi partners internazionali. Fece scalpore, in quei giorni, una ricostruzione - ripresa dal Guardian - secondo cui gli Stati Uniti avrebbero preso in gestione l'agenda del G8, vista l'incapacità italiana. Sappiamo tutti come è andata a finire: la Casa Bianca smentì e, a conclusione del summit, le parole di Obama e degli altri leaders hanno portato l'Italia al cielo spazzando via l'odore fetido di quei gufi nostrani che speravano in un fallimento del vertice. E lo stesso accade con ogni altro avvenimento internazionale importante a cui partecipa il presidente del Consiglio, in occasione del quale da Largo Fochetti parte puntualmente la carica per sollevare un'indignazione del mondo politico globale nei confronti dell'«anomalia Berlusconi». Tutte le volte ci provano, e tutte le volte vengono presi a pesci in faccia.
Forse Krugman avrebbe qualcosa da ridire al quotidiano che lo ospita con tanto zelo. Probabilmente ricorrerebbe al vecchio adagio del Vangelo di San Luca: «Medico, cura te stesso!».
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