Come era lecito attendersi, negli Stati Uniti non si è ancora placato il dibattito sull'assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente Barack Obama. Una notizia che, diffusa in tutto il mondo nella giornata di venerdì, non ha ancora visto esaurirsi la sua eco, come confermato dal suo ruolo di indiscussa protagonista di quasi ogni talk show a sfondo politico del palinsesto televisivo americano nei giorni successivi. Dalla ABC alla CBS, dalla NBC alla CNN e FOX News, i «pundits» di ogni schieramento - nella maggior parte dei casi non nascondendo una certa sorpresa ed esprimendo non poco stupore - si sono scatenati nel commentare la decisione del comitato norvegese. Mentre David Brooks del New York Times ha definito la scelta di Obama «uno scherzo», specialmente se paragonata ai «dimostranti iraniani che rischiano la vita tutti i giorni a marciare per le strade» o alle «persone nelle organizzazioni che da decenni mettono a rischio le proprie vite», l'editorialista Bill Kristol ha invece preferito puntare sul sarcasmo, dicendosi «deluso» per non aver vinto lui stesso il premio: «Il presidente Obama e io abbiamo fatto più o meno fatto lo stesso per la pace nel mondo. Lui ha pronunciato qualche bel discorso, io ho scritto qualche editoriale». Per la commentatrice dalle simpatie liberal Anne Applebaum, già vincitrice di un Premio Pulitzer, dopo quanto accaduto sarebbe «ora di smetterla di prendere il Nobel per la Pace seriamente». Persino supporter democratici e obamiani della prima ora hanno bollato come «prematuro» il riconoscimento, mentre il fronte conservatore sostiene che esso sia la conferma che Obama è il pupillo delle élites intellettuali mondiali.
Se l'attuale inquilino della Casa Bianca meritasse o meno il Nobel per la Pace non è tuttavia l'unico argomento oggetto di discussione legato alla sorprendente e controversa assegnazione. Ricche di dubbi e incertezze sono anche le riflessioni sulle conseguenze, sia immediate che a lungo termine, che l'onorificenza norvegese avrà sull'agenda amministrativa della presidenza. Non è infatti scontato che l'essersi aggiudicato in così poco tempo un riconoscimento di tale portata significhi per Barack Obama automatici e immediati benefici. Anzi, numerosi osservatori ritengono che esso potrebbe avere effetti nocivi, specialmente sul fronte interno. Non è un caso che lo stesso presidente americano, nell'accettare il premio, abbia dichiarato di non interpretarlo come un riconoscimento per le sue realizzazioni, «ma per il ruolo della leadership americana», accennando quindi una presa di distanza dalla decisione dei giudici di Oslo.
Il Nobel per la Pace era «l'ultima cosa di cui aveva bisogno Barack Obama in questo momento della sua presidenza», ha recentemente scritto Nancy Gibbs sul magazine TIME. Esso infatti giunge - inaspettatamente - in quello che senza dubbio è il periodo di maggior difficoltà del presidente americano dal giorno del suo insediamento. Con questioni scottanti quali riforma della sanità, Afghanistan, Iran, Guantanamo, ancora ben lungi dall'essere risolte, è facilmente prevedibile che il Nobel porti con sé un conseguente aumento delle pressioni e delle aspettative sulla già alquanto ambiziosa e impegnativa agenda presidenziale. Inoltre, esso fornisce non poche munizioni alle armi dei suoi oppositori. Mentre il fronte istituzionale del Partito Repubblicano, al fine di evitare eventuali accuse di anti-americanismo (cosa accaduta dopo la soddisfazione mostrata da alcuni per la mancata assegnazione dei giochi olimpici a Chicago), ha preferito mantenere un generale basso profilo sull'argomento, dimostrando un certo fair play (c'è stato persino chi, come John McCain, si è detto «orgoglioso» del Nobel a Obama), durissimi attacchi sono stati lanciati dalla sempre più rumorosa base conservatrice. Per la quale il premio non fa che confermare l'immagine di un presidente su posizioni liberal e alquanto soft in politica estera.
«Vincere il Premio Nobel per la Pace è molto negativo per Obama, dal punto di vista politico», ha dichiarato il consulente repubblicano Curt Anderson. «Ciò rinforzerà completamente la teoria che lo vuole tutto immagine e zero sostanza, solo stile, e più popolare in Europa che in America». I dati parlano chiaro: mentre all'interno dei confini americani la popolarità del presidente è in calo, specialmente dopo gli ostacoli (ancora non superati) emersi nella stagione estiva, al punto che anche alcuni show satirici un tempo fedelissimi hanno iniziato a criticare il suo operato, in Europa il sostegno a Obama - stando a un'indagine Transatlantic Trends - è ancora saldo al 77%, percentuale sbalorditiva per un leader americano nel Vecchio Continente. Ma l'amore europeo è storicamente malvisto dal pubblico americano, come dimostrato nel corso della campagna elettorale per le presidenziali, quando le folle oceaniche scese in piazza per il tour europeo dell'allora senatore dell'Illinois sollevarono molti dubbi sull'effettiva capacità di Obama di rappresentare gli interessi americani, risultando in una rimonta nei sondaggi del rivale John McCain, durata fino all'esplosione della crisi economica.
Sulle questioni affrontate dal mondo politico americano in questi giorni, dal dibattito sui gay nell'esercito all'irrisolta riforma della sanità, l'effetto Nobel sembra ancora non essersi fatto sentire. L'argomento su cui invece avrà un impatto determinante sarà quasi certamente la drammatica situazione afghana, sulla quale il presidente americano dovrà al più presto prendere una decisione, nel rispondere alla richiesta di più truppe presentatagli dal generale McChrystal. Da una parte, venire incontro alle richieste dei generali, con conseguente invio di migliaia di nuovi soldati sul campo, sarebbe una scelta in netto contrasto con l'immagine di uomo di pace, difficilmente digeribile per l'ala liberal del suo partito; dall'altra, invece, non aumentare la presenza militare in Afghanistan, pur accontentando i suoi sostenitori più pacifisti, e con essi le élites europee, significherebbe esporre maggiormente le forze della coalizione al rischio di nuovi attacchi da parte dei nemici terroristi e talebani. Un'eventualità, quest'ultima, che per il senatore John McCain, già a favore del benefico aumento di truppe in Iraq del 2006 (al quale Obama si oppose, riconoscendo in seguito l'efficacia della scelta di George W. Bush), equivarrebbe a «un errore di dimensioni storiche». Che non vale la pena commettere, al solo fine di non deludere i giudici norvegesi.
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