Filippo Turati aveva coraggio da vendere ed era un vero animale politico. Dunque, capace di coniugare la ferrea legge della necessità contingente alla plasticità possibile della prospettiva strategica. Il celebre discorso «Rifare l'Italia» viene pronunciato alla Camera il 26 giugno del 1920 e a titolo personale, senza il mandato del Partito Socialista, di cui Turati faceva parte come leader della componente riformatrice di minoranza. Emerge, così, lo stile ed il temperamento politico e strategico di questo padre nobile dell'Italia del progresso e antesignano della cultura dei «meriti e bisogni». Il punto cardine dal quale muove il leader socialista è quanto mai cristallino e secco: l'Italia è stata fatta con il Risorgimento e sono stati fatti gli italiani. Ora bisogna ri-fare l'Italia. Questa prospettiva è sideralmente distante da slogan massimalistici e bolscevico-giacobini come «fare come in Russia». L'Italia non sarà rifatta così, spiega Turati. Gli interlocutori sono, da un lato, Giovanni Giolitti e, dall'altro, Francesco Saverio Nitti. Le categorie politiche sono mutuate dal lavorìo creativo e geniale di Walther Rathenau, ministro della Ricostruzione Economica della Repubblica di Weimar, mentre, sullo sfondo, c'è anche Camillo Benso Conte di Cavour e la sua idea-forza delle ferrovie come strumento dell'unificazione dell'Italia.
L'intenzione politico-culturale di Turati si ricava dalle molte tensioni interne al testo e dalle numerose polarità che vengono divaricate nel percorso di questo memorabile discorso. La forza ideativa del socialismo, che è «una tecnica», cioè una capacità di implementare le idee e le energie migliori per realizzare il progresso civile e sociale del paese, consiste nello strappare di mano ai ceti parassitari, per un verso, ed ai massimalismi reazionari, per altro verso, il bastone del comando. I primi del comando dello Stato, i secondi delle piazze. Un'operazione classica della politica riformatrice. Classica e geniale. La politica come salto quantico e rivelazione dell'improbabile, almeno secondo i calcoli statistici e sociologici. Al centro di ogni movimento riformatore non può che esserci l'uomo, la persona tutta intera, come relazione, trama di rapporti e facoltà di inserirsi nella società con tutto il peso della sua libertà e creatività.
L'idea-forza della «società attiva» e, ancora prima, ripetiamo, dei «meriti e bisogni», nasce da questo atteggiamento. Perché si tratta proprio di un diverso atteggiamento di fronte all'insorgere della crisi post-bellica. Dopo il primo conflitto bellico mondiale, quell'ecatombe denunciata da Benedetto XV - eletto poche settimane dopo l'esplosione della guerra - e giudicata, in una nota del 1° agosto 1917, una «inutile strage» e, in altra occasione, «suicidio dell'Europa civile», l'Italia era ad un passo da una gigantesca crisi di sistema, che agli occhi del socialista lettore di Rathenau e discepolo di Bernstein appare come un'occasione per gettare l'anima oltre l'ostacolo, ma che, cionondimeno, rappresenta un nodo così aggrovigliato da condurre al fascismo, mai compreso né da Turati, né da Giolitti.
Il diciannovismo prima e il biennio rosso 1920-21 segneranno la svolta delle illusioni riformatrici strutturali di un socialista politico di razza come Turati, e la sua compagna, Anna Kuliscioff - alla quale dobbiamo larga parte degli spunti di questa strategia così articolata, puntuale e complessa -, pur comprendendo meglio la posta in gioco, non riuscirà a favorire una vera presa di coscienza da parte del suo compagno, assai più dotato di mestiere di lei e meno istintivamente sensibile agli umori delle piazze e della società. Certo, la realtà del PSI non faceva ben sperare. Turati non vuole infatti questo partito così com'è, dominato dai massimalisti; al governo, del resto, non potrebbe neppure andarci. Appoggiare Giolitti condurrebbe ad una scissione, che Turati vuole evitare ad ogni costo. La Kuliscioff vorrebbe, invece, rimanere nel qui e ora dell'occasione politica e tentare anche la carta governativa. Aveva percepito che alle porte premevano forze socialmente rilevanti e strategicamente orientate alla conquista dello Stato. Anche attraverso la piazza, cioè nel regno dei massimalisti. Il vecchio capo socialista ci sta a dire che il socialismo è più nelle macchine a vapore che in molti congressi del PSI e si mette in gioco nel profilare una soluzione riformatrice alla crisi post-bellica, a cominciare dall'eliminazione dei parassitismi di Stato, l'elefantiasi burocratica, una minor tassazione dei redditi da lavoro dipendente (altro taglio di grande modernità). Ma, nonostante l'ausilio di strumenti intellettuali ricavati da Hobson, Webb e Keynes, tra gli altri, e l'interlocuzione con tecnici del calibro di Angelo Omodeo e politici come Leonida Bissolati, la realtà è troppo aspra e la via del socialismo come via del progresso in quanto tale, al di là degli stereotipi ideologici e la vulgata massimalistica, rimarrà un seme che fruttificherà - e parzialmente - soltanto negli anni '80 del secolo scorso, sessant'anni dopo il discorso turatiano.
Infine, soltanto oggi alcuni ulteriori sviluppi del craxismo, approfondimento sia metodologico che culturale di Turati, ricevono applicazione meno rapsodica ed episodica, e ciò lo dobbiamo alla fitta schiera di liberalsocialisti presenti nel governo guidato da Berlusconi, a cominciare da Maurizio Sacconi, per giungere a Giulio Tremonti e Renato Brunetta. Ma questa è l'attualità. Che riceve luce storica dai semi gettati da un socialista e personalista laico come Filippo Turati. Del resto, «attualità» vuol proprio dire, in fondo, «sempre in atto». Come le verità sorgive della storia politica della nostra nazione.
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