Convenzione, congresso, primarie, iscritti, militanti, simpatizzanti... Nella confusione creata dallo statuto del Partito Democratico l'unica cosa finora certa è che Pierluigi Bersani è avanti nella corsa alla segreteria rispetto all'uscente Dario Franceschini. Il resto è tutto avvolto nella nebbia dell'incertezza: il futuro del Pd è un'incognita, un enigma che nessuno, oggi, è in grado di decifrare. In un tempo che richiede la rapidità delle decisioni e la chiarezza delle posizioni, il partito che fu di Prodi e poi di Veltroni, e che domani probabilmente sarà in mano a Bersani, ha scelto la strada della lentezza e del tatticismo esasperato, con la conseguenza di un ripiegamento su se stesso che lo fa apparire come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Da un lato c'è la maggioranza di governo, il solido asse tra il Pdl e la Lega, che prosegue il suo cammino alla guida del paese forte di un ampio consenso popolare e di una coesione politica senza precedenti nella storia della Repubblica; dall'altro lato c'è l'Italia dei Valori, che punta a diventare il vero partito d'opposizione, espandendosi a sinistra e facendo da contenitore di tutto il voto antiberlusconiano. In questo quadro, come dimostrano gli ultimi mesi di dibattito politico, il Pd sembra destinato a rimanere fuori dai giochi, privo com'è di una progettualità definita, di una visione organica del paese, di un programma chiaro da sottoporre all'attenzione degli italiani.
Eppure di un partito che prenda in mano le redini dell'opposizione e la trasformi in un soggetto capace di proposta e di dialogo ce ne sarebbe grande bisogno, come ha sottolineato il presidente del gruppo dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto. Purtroppo finora - e così sarà fino al giorno delle primarie del 25 ottobre - quello che va in scena è soltanto una lotta intestina tra i candidati alla segreteria, con Franceschini che prova a rimontare su Bersani prendendo di mira il suo principale sponsor, Massimo D'Alema, accusandolo di voler tornare indietro e di voler cancellare tutte le novità messe in campo da Veltroni a partire dal discorso del Lingotto. Peccato che questa mistica del Lingotto risulti ormai indigesta alla maggior parte dei dirigenti e dei militanti del partito, i quali alla copia ingiallita e insipida rappresentata da Dario preferirebbero l'originale Walter, che però se ne sta in disparte e si occupa d'altro, cioè della promozione del suo nuovo libro, e alla convenzione manda uno stringato saluto formato Twitter. Così il campo è libero per Max D'Alema, che vagheggia nuove coalizioni in stile unionista per «fronteggiare Berlusconi» e «tornare al governo del paese». Purtroppo perfino l'aritmetica gli dà torto, visto che sommare i voti di tutto ciò che sta alla sinistra del Pdl (da Casini a Vendola, passando per Di Pietro) non produce una cifra in grado di superare i consensi di cui gode l'attuale maggioranza. Il piatto piange, insomma, e al congresso liofilizzato di domenica - due ore e mezza per ascoltare i discorsi di Bersani, Franceschini e Marino - quello che fa più notizia sono le assenze: oltre a quella, già ricordata, di Veltroni, spiccano quelle di Romano Prodi (che manda un messaggio) e di Francesco Rutelli (ufficialmente influenzato).
Se la si paragona ai grandi congressi del Partito Comunista o della Democrazia Cristiana, la convenzione celebrata dal Pd in fretta e furia in un hotel romano rende davvero l'idea della piccolezza e della povertà di contenuti, di visioni di sistema, di slancio verso il futuro, che caratterizza il Partito Democratico rispetto ai suoi progenitori: oggi si naviga a vista, senza un timoniere e senza una meta, costretti a obbedire a un meccanismo statutario che sembra fatto apposta per allontanare il partito dalla realtà, dalla carne e dal sangue della politica, dal dibattito sui grandi temi al centro dell'attenzione del paese. Verranno le primarie, verrà il nuovo segretario, verranno le nuove alleanze, ma l'impressione è che tutto ciò faccia parte di una molle strategia del prendere tempo, del tirare a campare, del cercare di tenersi in piedi per evitare di finire nel burrone della storia. La politica verrà dopo...
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