freccia_long
Numero 462
del 11/02/2012
Occidente sotto attacco. Non solo i terroristi bisogna combattere, anche i ladri di verità PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
mercoledì 14 ottobre 2009

Gli attacchi all'immagine e agli interessi dell'Occidente non danno tregua. L'Unione Africana esige dai «grandi inquinatori», vale a dire dai paesi più industrializzati, risarcimenti e contributi per i danni già causati all'Africa dal global warming e per quelli che ne deriveranno nei prossimi anni, confermando l'importo di 65 milioni di dollari all'anno come cifra base necessaria a far fronte alla situazione. Così si legge nel documento finale del VII Forum mondiale sullo sviluppo sostenibile svoltosi dal 9 all'11 ottobre a Ouagadougou, Burkina Faso, con il patrocinio dell'Unione Africana e delle Nazioni Unite. Già in 17 stati sono stati allestiti da diverse organizzazioni non governative dei «tribunali speciali» per raccogliere le testimonianze dirette delle vittime del riscaldamento globale e portarle a dicembre a Copenhagen, alla Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici organizzata dall'Onu per decidere il dopo Kyoto.

I «grandi inquinatori» per combinazione sono pure responsabili - lo ha ricordato il 1° ottobre Jacques Diouf, direttore della Fao - dell'aggravarsi della fame nel Sud del mondo avendo scatenato la crisi finanziaria e il conseguente rallentamento dell'economia: è loro dovere rimediare anche a questo.

E come dimenticare che quegli stessi paesi hanno sulla coscienza la schiavitù e la tratta degli schiavi? A ravviare la memoria ci ha pensato la fondazione francese DiversCités che il 12 ottobre a Dakar, Senegal, ha avviato una campagna continentale per sollecitare i parlamenti africani a dichiarare la tratta negriera e la schiavitù crimini contro l'umanità e a intraprendere i passi necessari al fine di ottenere riparazione finanziaria per tali reati. La campagna prevede poi iniziative per sensibilizzare la popolazione del continente, inclusa l'eventuale istituzione di una Giornata africana della memoria.

Il global warming è un fenomeno ancora da accertare così come la sua origine antropica. La crisi finanziaria ha avuto ripercussioni marginali sulle economie africane, ben più devastate da corruzione, malgoverno, instabilità politica e conflittualità sociale endemiche. La tratta atlantica degli schiavi, secondo autorevolissimi storici dell'Africa quali Cathérine Coquery Vidrovitch, non ha danneggiato il continente: al contrario, pur deprecabile dal punto di vista morale, è stata un fattore di sviluppo.

Ma, pur di gettare fango sull'Occidente, tutto è lecito: i fatti non contano. In un'intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, il 13 ottobre il presidente del Rwanda, Paul Kagame, si è molto rallegrato dell'autentico, concreto contributo fornito dalla Cina allo sviluppo africano, a differenza dei governi occidentali con i loro aiuti e con le loro industrie inquinanti che hanno trasformato l'Africa in una pattumiera. Sarebbe il caso di domandargli come mai i leaders africani, lui compreso, non li abbiano rifiutati, quegli aiuti, insieme ai soldi che molti hanno intascato in cambio dell'autorizzazione a usare i loro territori nazionali come discariche di sostanze nocive.

Nelle stesse ore il Primo Ministro dell'Etiopia, Melles Zenawi, durante una seduta straordinaria del Parlamento dedicata all'emergenza alimentare che ha colpito il suo paese, criticava le agenzie internazionali di aiuti umanitari chiamandole «signori della povertà» e «intermediari della fame» e raccomandando i parlamentari di diffidarne. Secondo Zenawi, mancherebbero di reale interesse a mettere fine alla fame e alla povertà: «In 18 anni di amministrazione non abbiamo mai ricevuto più del 60% degli aiuti che avevamo chiesto». Inutile aspettarsi un ringraziamento per quel 60% e, una volta tanto, parole di apprezzamento per la generosità di chi lo ha offerto: vorrebbe dire ammettere che fame e povertà non sono conseguenza dello sfruttamento dei paesi ricchi, che quindi donando non fanno che restituire il maltolto, ma di dissennate politiche economiche, se così si possono chiamare le attività di rapina praticate dai governi africani post coloniali.

Anche il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, dopo aver ridotto in miseria uno dei più promettenti stati africani sequestrando migliaia di fattorie e trasformandole in terreni incolti o scarsamente produttivi, continua ad accusare della catastrofe economica le sanzioni imposte nel 2002 dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti in risposta alle sue ripetute violazioni dei diritti umani e dei principi democratici. Ma, bontà sua, il 10 ottobre ha «generosamente» porto «un ramoscello d'ulivo» alla comunità internazionale, dichiarandosi disposto al ripristino di un dialogo con i paesi occidentali, a condizione che essi rimuovano le sanzioni e accettino di contribuire alla ripresa del paese con aiuti finanziari adeguati.




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata