freccia_long
Numero 475
del 15/05/2012
Come vincere una guerra postmoderna PDF Stampa E-mail
! di Leonardo Tirabassi
tirabassi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 14 ottobre 2009

Cardine fondamentale affinché una strategia di contro-insorgenza abbia successo è rappresentato dall'esistenza di un governo centrale che riscuota il consenso, per lo meno, della minoranza attiva della popolazione e la neutralità della maggioranza. La legittimità, a sua volta, è conseguenza della capacità delle istituzioni e dell'amministrazione di fornire servizi e sicurezza ai suoi cittadini. Questa è la sfida che l'amministrazione americana si trova davanti e nella quale, fino ad oggi, il governo di Karzai ha riscosso poco successo. Al di là della discussione su quale strategia (quella globale di McChrystal o quella basata su azioni di antiterrorismo proposta da Biden) possa funzionare sul campo, il vero nodo da sciogliere è proprio questo. Ha senso mandare altre truppe se poi il governo afghano non esiste? E fino a quando? I Talebani sono nostri nemici, ma prima di tutto sono nemici del popolo afghano: gli eserciti NATO sono sul campo per aiutare le forze locali, dalla polizia alle forze armate, ma da soli potranno poco.

Dalle elezioni deve uscire un governo legittimato dal voto popolare in grado di varare le riforme sociali necessarie, un programma di pacificazione nazionale - in primo luogo con i pashtun - e un'azione di lotta contro i trafficanti di oppio e le varie mafie, fonti di reddito infinito per i terroristi di ogni risma. Solo così gli americani e i loro alleati potranno dare un aiuto reale a quel martoriato popolo. A costo di essere ripetitivi, il rischio di un ulteriore coinvolgimento in Afghanistan è rappresentato proprio dalla debolezza, parzialità e incapacità dello Stato centrale, formato da funzionari per lo più corrotti, di funzionare.

A queste obiezioni, i fautori - tra cui chi scrive - della lotta ad oltranza ai Talebani devono rispondere. In caso contrario gli Stati Uniti, come ha affermato in un lungo articolo sul New York Times David Kilcullen, uno degli strateghi ascoltati sia da Petraeus che da McChrystal, «dovrebbero "afghanizzare" la guerra, ritirare i soldati e prepararsi all'inevitabile disastro che avverrà quando il governo di Kabul, in assenza di una volontà di riforme, cadrà, meritatamente e inevitabilmente, nelle mani dei Talebani».

Questa è una guerra politica che si vince non contando i chilometri quadrati di territorio controllato, non il numero dei terroristi uccisi, ma conquistando l'anima e il cervello della gente. Sempre nello stesso articolo Merrill McPeak, capo di Stato Maggiore dell'aviazione americana dal 1990 al 1994, ha ricordato che «questa è una guerra postmoderna, non una guerra tradizionale caratterizzata dallo scontro di forze meccanizzate di Stati industriali... In questo tipo di guerre il nemico ha poco da perdere, nessun territorio da difendere, pochi importanti obiettivi a rischio, forse anche nessuna vita che valga le pena di essere vissuta... Nelle guerre del primo tipo, il successo era rappresentato da un processo misurabile sulla distruzione di importanti beni. Le guerre postmoderne sono molto più complicate, essenzialmente inquantificabile è la vittoria».

«Vincere» non significa adesso distruggere fortificazioni, assaltare roccaforti e trincee. Nelle guerre di popolo, la vittoria arriva solo se l'obiettivo è possibile e se riscuote il consenso politico di vari attori, dalle tribù ai clan, ai partiti locali, dalle potenze straniere all'opinione pubblica mondiale. L'andamento della guerra, come nel caso del Vietnam, è misurato sul supporto che il conflitto riscuote nei paesi occidentali: il nostro centro di gravità non sta in Afghanistan, non è militare o logistico, ma risiede nella tenuta dell'opinione pubblica occidentale.

Bisogna essere estremamente franchi: la guerra dal suo inizio ha cambiato obiettivo. Nata per sconfiggere Al Qaeda, si è trasformata in un appoggio ad una parte nella guerra civile afghana, a cui la maggioranza dei contingenti NATO partecipa a parole o in modo insufficiente. Il compito che adesso ci troviamo davanti è ben diverso da quello iniziale: se decidiamo di restare, dobbiamo sostenere un impegno ben più gravoso di quanto fatto fino ad adesso.




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata