«Carissimo signor Tentenna, non è facile assumersi il rischio di una scelta». Così inizia una famosa canzone di Carmen Consoli, parole che sembrano perfette per descrivere la situazione paradossale che vive oggi l'America riguardo alla strategia da adottare in Afghanistan. Sono ormai passati quasi due mesi da quando il generale McChrystal, comandante delle truppe nel «paese degli aquiloni» (sia quelle NATO-ISAF, sia quelle della missione americana «Enduring Freedom»), ha presentato il suo rapporto al presidente Obama, nel quale sottolinea la necessità di portare a 100.000 unità il personale operativo in Afghanistan per vincere la guerra; ma ancora nessuna scelta è stata fatta dall'inquilino della Casa Bianca. Neppure la notizia - riportata dal Washington Post - dell'invio di ulteriori 13.000 uomini cambia la sostanza delle cose, visto che si tratta semplicemente di «enablers», cioè truppe a supporto composte da ingegneri, personale medico, ed altre figure professionali «non combattenti». D'altra parte è abbastanza normale che ad un aumento del personale combattente (i 21.000 inviati a febbraio) corrisponda un aumento del personale di supporto (anche per questo non è stato fatto alcun annuncio ufficiale da parte dell'amministrazione).
Resta dunque per Obama il problema di decidere quale strategia adottare in Afghanistan: se dar retta a chi, come il vicepresidente Biden, vorrebbe ridurre il numero delle truppe e limitarsi ad azioni estemporanee di antiterrorismo, oppure a chi, come il segretario di Stato, Hillary Clinton (ed i generali sul campo) chiede di aumentare il numero dei boots-on-the-ground per poter adottare una vera strategia di counter-insurgency. Per fare una scelta realmente consapevole Obama dovrebbe guardare non tanto al Vietnam, così spesso evocato dalla stampa americana, quanto piuttosto all'Iraq. Fino al 2006, infatti, in Iraq le forze armate statunitensi hanno adottato esattamente la strategia che Biden vorrebbe adottare in Afghanistan, con i militari asserragliati nelle loro basi pronti a lanciare singole azioni contro i terroristi. Questa strategia, convintamente sostenuta da Donald Rumsfeld, ha portato gli americani sull'orlo della sconfitta, e gli iracheni nell'abisso del caos. Nel 2006 il presidente Bush si trovò ad affrontare lo stesso dilemma che oggi affronta Obama: aumentare le truppe o andare incontro alla sconfitta. Ormai sappiamo com'è andata, e se oggi la guerra in Iraq si è trasformata in un successo è grazie alla scelta adottata. In Afghanistan rintanarsi nelle basi, abbandonare la popolazione ai Talebani per limitarsi a sporadici blitz contro i terroristi di Al Qaeda è una ricetta sicura per il disastro. Se si vuole vincere occorre invece ascoltare chi, come il generale McChrystal, vive quotidianamente la realtà sul campo, e sa meglio di chiunque altro di cosa ha bisogno per sconfiggere i Talebani.
Servono uomini e donne che garantiscano la sicurezza della popolazione civile e del personale umanitario, che consentano ai tanti progetti di ricostruzione del paese di essere portati a compimento. Servono scuole, ospedali, strade, e per poterle costruire occorre che sia garantita la sicurezza. Oggi questo compito non può essere svolto dalle forze di sicurezza afghane, che sono ancora troppo poco numerose e non completamente autonome. Mentre gli istruttori preparano l'esercito e la polizia afghana, qualcun altro deve garantire l'ordine nelle strade, e questo lavoro può essere svolto soltanto dai militari. Per questo Obama farebbe bene a decidere, ed a farlo in fretta, perché, per come stanno le cose oggi, ogni giorno che passa i soldati della missione internazionale combattono e muoiono per le strade senza reali possibilità di vittoria. Sarebbe giusto dargli questa possibilità.
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