A Genova esiste da parecchi anni il Museo del Mare; recentemente il Comune ne ha ridefinito «la missione culturale», svelando così i propri intendimenti, la vera natura e la reale funzione che esso ha. «Scambio di culture», «immigrazione», «nuovi genovesi», «dialogo», «multiculturalità» sono le parole più ricorrenti nel testo della delibera: una lunga teoria di concetti e definizioni buoniste e inneggianti all'accoglienza, che dovrebbero non essere sottovalutati, perché fanno parte di un disegno strategico ormai vecchio di quarant'anni e che oggi appare dominante e in via di celebrare la propria vittoria. Quando, infatti, si legge tra le righe della delibera che «il Comune di Genova intende sviluppare le politiche tese a valorizzare la cultura del Mediterraneo», un brivido freddo dovrebbe scendere lungo la schiena di chi, dotato di chiara visione e di un minimo di conoscenza della letteratura di riferimento, riconosce in quella dicitura - a prima vista catalogabile come vuota di significato, ma pericolosissima culturalmente - uno dei cardini della strategia di affermazione di Eurabia.
Il termine «Eurabia», che è anche il titolo di uno splendido (e poco conosciuto) libro di Bat Ye'or, si riferisce e incarna la nuova linea sposata dall'allora CEE a partire dal 1968 sotto la pressione del terrorismo palestinese che mira ad «una politica di integrazione con il mondo arabo, secondo una dottrina che prevede l'unificazione delle due sponde del Mediterraneo». Non si può quindi che rimanere allarmati di fronte a operazioni culturali di questa portata, proprio perché dovremmo sapere che la strategia di penetrazione araba in Europa nasce, cresce, si sviluppa (e adesso si impone!) preferibilmente attraverso canali culturali e si cela in un linguaggio politicamente corretto ma intriso di radicalità: così scompare dai libri di testo delle nostre scuole, dalle pagine dei giornali, dai film e dal vocabolario degli opinion leaders la definizione «civiltà occidentale», per lasciare spazio a quella «cultura del Mediterraneo» dietro alla quale si agita un vasto movimento politico e culturale che ha come obiettivo finale l'impossibile integrazione tra due mondi profondamente diversi. Questa lenta penetrazione culturale è raccontata e vivisezionata proprio da Bat Ye'or con una quantità di documentazione impressionante e si fonda, trovando terreno assai fertile, su quella «cultura della resa e della sottomissione passiva» ormai imperante nel mondo occidentale.
Quando, pochi giorni fa, nel sostenere la bontà di una legge che conceda anche agli immigrati il diritto di votare, il segretario del Pd Franceschini, in risposta ad alcune affermazioni fatte da Berlusconi e Calderoli ha parlato di «giovane bellezza di una società multietnica», ha mostrato una volta di più il livello di penetrazione cui è giunta questa politica culturale.
Quello della resa è un pericolo di cui dunque manca la consapevolezza, nonostante da più parti si siano sollevate voci preoccupate e tese a risvegliare nei sopiti spiriti europei un forte senso di appartenenza che superi «l'odio di sé dell'Occidente». Rinnegare la propria storia nel vano tentativo di non urtare la suscettibilità altrui è un'operazione sbagliata e perdente. Scriveva Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI: «La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza basi comuni, senza punti di orientamento offerti dai valori propri». Spezzare, dimenticare, sottacere le nostre radici culturali lascia di fatto la multiculturalità priva della possibilità di realizzarsi.
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