Dalla fine di giugno del 2009 le forze irachene hanno preso il controllo diretto delle città assumendone pienamente i rischi e le responsabilità dell'ordine e della sicurezza. Da allora, nel paese mediorientale si sono verificati ancora attacchi i cui obiettivi sono generalmente la popolazione civile e le stesse truppe di sicurezza e che si registrano in particolar modo nella provincia settentrionale di Mosul, attualmente considerata il focolaio più attivo dell'insorgenza irachena. Nonostante la situazione non sia del tutto stabile, l'Iraq sta vivendo in un contesto ben lontano dalla situazione verificatesi fra il 2006 e il 2007, ossia nel momento in cui le violenze settarie hanno raggiunto il loro apice, fatto peraltro dimostrato dalle statistiche le quali hanno evidenziato come, nel mese di settembre 2009, il numero di civili uccisi è sceso al livello più basso dal 2003, anno di inizio della seconda guerra del Golfo.
In questo quadro generale, si fa largo l'intenzione statunitense di ritirare 4000 soldati entro la fine di ottobre 2009 in vista del disimpegno delle truppe da combattimento Usa stanziate sul territorio iracheno entro la fine del mese di settembre 2010 e del ritiro completo delle forze entro la fine del 2011. Il comandante delle truppe americane in Iraq, il generale Ray Odierno, ha infatti delineato quest'intento nella bozza di un discorso da tenere dinanzi al Congresso Usa, nella quale ha asserito: «Abbiamo circa 124.000 militari e 11 squadre da combattimento in Iraq oggi. Entro la fine di ottobre credo che scenderemo a 120.000. Più avanti, assottiglieremo il contingente in Iraq per ridurre il rischio e sostenere la stabilità».
Barack Obama, nel frattempo, spinge per la prosecuzione della strada dell'unità nazionale irachena e fa pressione sul presidente Jalal Talabani per l'emanazione di una legge elettorale, anche alla luce delle imminenti elezioni parlamentari del gennaio 2010. A muoversi in vista di quest'appuntamento fondamentale è il premier Nuri al-Maliki, il quale ha dato origine ad una nuova coalizione, «Alleanza per lo Stato di Diritto». Tale coalizione, formata dal partito di al-Maliki e da una serie di piccole liste caratterizzate da una certa laicità, aveva già fatto il suo ingresso nel panorama politico iracheno alle elezioni provinciali tenutesi ad inizio 2009, riportando la vittoria nella maggior parte delle province in cui si era votato.
Puntando sul carattere non confessionale della formazione, già in nuce nell'originale, l'attuale «Alleanza per lo Stato di Diritto» raggruppa 40 partiti tra formazioni sunnite e sciite, ma vede anche la presenza di esponenti curdi e turcomanni, di personalità religiose e tribali nonché di campioni sportivi indipendenti, ma il cui nocciolo duro resta inevitabilmente al-Da'wa, il partito del premier. Verosimilmente, l'intento di quest'Alleanza, oltre a quello meramente numerico per incanalare il maggior numero di voti, è quello di evitare di giungere alle elezioni politiche con troppe divisioni e tensioni etnico-settarie. Il vero banco di prova del premier resterà, ad ogni modo, la capacità di mantenere un quadro di sicurezza e di stabilità quantomeno accettabile, che gli permetta di godere delle ricadute positive in termini di prestigio personale e, nondimeno, di voti.
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