Nel 1941 lo scrittore austriaco Stefan Zweig sbarcò a Petropolis, nello Stato di Rio de Janeiro, dove decise di trascorrere le ultime fasi della sua vita, fino al suicidio del febbraio 1942. In questo arco di tempo scrisse un saggio intitolato Brasile, un paese del futuro, dove ritrasse in modo magistrale uno Stato dal grande potenziale, che un domani sarebbe divenuto un referente economico e tecnologico nel mondo, nonché una potenza emergente che sarebbe stata in grado di superare il dramma delle favelas. Oggi, circa 70 anni dopo, questo libro sembra una profezia. Crescita economica, diminuzione della disoccupazione, scoperta di giacimenti di petrolio, minor disuguaglianza sociale, emersione di una nuova classe media. Da ultimo, l'assegnazione dei giochi olimpici del 2016, dopo aver già ottenuto i campionati del mondo di calcio nel 2014. D'altronde i livelli di popolarità di Lula e la stessa affermazione di Obama durante il G20 di Londra («Lula è l'uomo del momento») danno il senso di cosa sia oggi il Brasile.
La ricetta, a sentire parlare il presidente del gigante dell'America Latina, sembra semplice: una valuta con un cambio flessibile, un sistema di obiettivi annuali per ridurre l'inflazione ed assoluto rigore nella gestione dei conti pubblici. La crisi finanziaria internazionale è stata una sorta di battesimo del fuoco per la politica economica del governo. E il tasso previsto di crescita del Pil (+0,01) per il 2009 dimostra che l'economia brasiliana dispone di una solidità inusuale in mezzo ad una debacle generale. Il Fondo Monetario Internazionale è leggermente più pessimista, prevedendo un -0,7% quest'anno a fronte di un +3,5% per il 2010. Tuttavia le considerazioni a margine sono comunque positive.
«Abbiamo dimostrato di avere una muscolatura adatta per affrontare la crisi economica. Mentre il resto del mondo ha visto un calo dell'impiego, noi chiuderemo il 2009 con un milione di nuovi posti di lavoro», ha sottolineato recentemente Dilma Rouseff, numero due del governo e candidata a succedere a Lula alle elezioni del prossimo anno. Il dato è d'altronde in sintonia con le ultime analisi presentate dall'Ibge (una sorta di Istat neolatina), che mostrano una diminuzione della disoccupazione del 7,2% per lo scorso anno ed un aumento degli stipendi mensili pro capite sino a circa 400 euro. Per contro, l'inflazione dal 2005 ad oggi non ha mai superato il 6% su base annua, vittoria inaudita soprattutto rispetto agli anni '90 (nel 1993 l'apice fu del 2.477%). Ancora, Moody's e Standard & Poor's hanno attestato un miglioramento degli indici di affidabilità e sicurezza per l'entrata nel paese di capitali stranieri.
Gli obiettivi di Lula nell'ultimo anno di mandato sono ancora più marcati e funambolici: prescindere dal dollaro come moneta di riferimento nelle operazioni commerciali tra Brasile e paesi terzi; affermare il Bric (conferenza annuale tra i governi di Brasile, Russia, India e Cina) come organo di consultazione permanente; rivendicare un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il primo obiettivo sembra essere stato quasi raggiunto, se è vero che il primo partner commerciale brasiliano non sono più gli Stati Uniti, bensì la Cina. Per gli altri due c'è ancora tempo. Washington, da par suo, guarda con attenzione, nella consapevolezza di non poter fare a meno della decima economia mondiale, e nel timore di perdere un'importante fetta di mercato. Fortunatamente tra Barack Obama e Lula intercorrono buoni rapporti personali.
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