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Numero 475
del 15/05/2012
Le troppe ambiguità della Turchia PDF Stampa E-mail
! di Daniele Martino
martino@ragionpolitica.it
  
martedì 20 ottobre 2009

Le decisioni del governo turco stanno procedendo sempre più verso una forte ambiguità tra la storica linea filo-occidentale e un atteggiamento ostile verso Israele. Esaminando le decisioni prese dal governo di Ankara, sembra emergere la volontà di sostenere entrambe le posizioni, collaborando contemporaneamente con Israele e la Siria, con l'Iran e il duo Europa-Stati Uniti: una condizione che non può durare all'infinito.

L'unico filo comune che sta seguendo il governo turco risponde ad un preciso scopo che non tiene conto degli assetti internazionali: aumentare il proprio peso politico. In questa direzione va certamente l'accordo firmato lo scorso 10 ottobre con l'Armenia, che riapre il dialogo tra i due paesi, interrotto dal 1915. Il summit di Zurigo ha certificato due cose: la prima è la prevalenza degli interessi economici su quelli storico-politici, poiché la Turchia avverte l'esigenza di mettersi a disposizione dell'Unione Europea per consentire il remunerativo transito delle pipe-lines energetiche sul proprio territorio. La seconda, più a lungo periodo, è in chiave anti-russa, in quanto il governo turco mira ad accrescere la propria influenza nel Caucaso, in contrapposizione con Mosca; infatti, oltre alla Georgia apertamente anti-russa e in stretti rapporti con la Turchia, l'accordo di Zurigo, oltre all'Armenia, avvicina ad Ankara anche l'Azerbaigian, paese turcofono e ricco di risorse petrolifere.

Se sul fronte settentrionale la Turchia punta ad aumentare il proprio peso nelle repubbliche ex-sovietiche del Caucaso, sul fronte meridionale Ankara trova punti di contatto con gli altri paesi islamici, allontanandosi da Israele. A conferma di ciò, va l'escalation di contrasti che nelle ultime settimane sta coinvolgendo Ankara e Tel Aviv, con protagonista assoluto il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, che nella giornata di venerdì ha attaccato lo Stato ebraico affermando che «quando ci sarà un ritorno sulla via della pace, le relazioni e la fiducia con Israele saranno ristabilite allo stesso livello di prima», parlando giustamente di come a Gaza vi sia una situazione di «tragedia umanitaria», ma dimenticandosi che la responsabilità di ciò è degli estremisti islamici di Hamas e certo non del governo Netanyahu.

In ogni caso, la posizione anti-israeliana del governo turco costituisce certamente una sorpresa, se si pensa che in occasione della risposta israeliana agli attacchi terroristici di Hamas, le capacità di mediazione della Turchia furono riconosciute in maniera unanime (dagli Usa alla gran parte dei paesi arabi). Di pari passo con l'irrigidimento delle relazioni con Israele, la Turchia sta aumentando la propria cooperazione con Damasco, spingendosi a costituire un «Consiglio di cooperazione strategica» con la Siria, paese cui negli anni '90 era in fortissima contrapposizione per via del sostegno siriano al Pkk del terrorista curdo Abdullah Öcalan. Il punto chiave è che l'attuale atteggiamento della Turchia non è più percorribile a lungo: l'appartenenza di Ankara alla Nato e la partnership costante con l'Unione Europea non possono andare di pari passo con l'accoglienza «trionfale» che il governo turco ha riservato a Mahmoud Ahmadinejad lo scorso agosto. Per la Turchia è giunto il momento delle scelte: o continuare su una china che la allontana dai suoi alleati storici oppure tornare con coscienza a svolgere la funzione di ponte tra Oriente e Occidente, senza pericolose ambiguità.




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