Almeno quaranta persone, tra cui cinque alti ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione, sono morte domenica in un attentato suicida a Sarbaz, nella provincia Sistan-Baluchistan nel sud-est dell'Iran, al confine con il Pakistan. E' il più grave attacco degli ultimi anni contro i Pasdaran, soprattutto perché ha colpito il capo delle forze di terra, il generale Noor Ali Shushtari, ed il comandante dei Guardiani nella provincia, il generale Rajab Ali Mohammadzadeh, oltre ad altri quadri dell'organizzazione (che nella provincia risulta così, di fatto, decapitata). Nonostante il Dipartimento di Stato americano si sia affrettato a condannare l'attentato ed abbia immediatamente respinto ogni addebito, il governo iraniano ha puntato il dito proprio contro Washington ed i suoi presunti legami con l'organizzazione terroristica Jundallah, che ha rivendicato l'attentato. Ma c'è anche chi punta il dito contro gli stessi Pasdaran, sottolineando le laceranti divisioni che il corpo sta vivendo in questo delicato momento, con alcuni alti ufficiali contrari alla linea dura del governo nei confronti dei riformisti, e, soprattutto, ad un coinvolgimento dei Guardiani nelle dispute politiche tra governo ed opposizione. I terroristi di Jundallah - viene fatto notare da diverse parti - non avrebbero una struttura sufficientemente organizzata per portare a compimento un attentato di così alto livello senza un appoggio esterno. Per questo il governo iraniano accusa Stati Uniti, Inghilterra ed Israele (impegnati da tempo in una vera e propria guerra segreta contro Teheran), mentre da Washington si ventila l'ipotesi di una fronda interna agli stessi Pasdaran.
Certo è che, se si inserisce l'attentato di domenica nella delicata situazione politica iraniana, particolarmente fragile dopo le notizie sullo stato di salute di Khamenei, si aprono scenari inquietanti. Sgombrato il campo dall'ipotesi di avvenuta morte della Guida Suprema, visto che la religione islamica prevede la sepoltura entro 24 ore dal decesso, resta la possibilità che Khamenei sia ridotto in coma, come riportato sul suo blog Faster, please! da Michael Ledeen, Freedom Scholar alla Foundation for Defense of Democracies (FDD) di Washington, ed autore di numerosi libri in materia. Nonostante la tardiva smentita da parte dell'agenzia ufficiale iraniana FARS, resta il fatto che da martedì scorso la Guida Suprema non è più comparsa in pubblico, e d'altra parte si rincorrevano da tempo le notizie sulle sue precarie condizioni di salute.
Con Khamenei apparentemente fuori gioco si sarebbe quindi già aperta la lotta per la successione, che vede contrapposti lo schieramento dei riformisti da un lato, guidato dal portavoce dell'Assemblea degli Esperti,l'hojatoleslam Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, e dei conservatori dall'altro, guidati dall'ayatollah Ahmad Jannati Massah, portavoce del Consiglio dei Guardiani, l'organo costituzionale cui è demandato il controllo di compatibilità tra i precetti dell'islam e della Costituzione e gli atti legislativi licenziati dal Majlis, il parlamento iraniano. Una lotta senza esclusione di colpi, dalla quale dipende il futuro dell'Iran ed il suo posizionamento nello scenario geopolitico globale, con un possibile riflesso sul dossier più importante, quello del nucleare.
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