Il clima in Afghanistan diventa sempre più teso. L'ultimo report pubblicato dalla Electoral Complaints Commission (ECC) ha messo in discussione il risultato delle elezioni presidenziali, svoltesi il 20 agosto, che avevano visto vincente con il 54,6% delle preferenze il presidente uscente Hamid Karzai. A seguito della dichiarazione di invalidità e frode elettorale in 120 seggi in tutto il paese, la ECC ha rimesso il proprio report finale nelle mani della Independent Election Commission (IEC), che ha deciso di rimandare gli afghani alle urne il prossimo 7 novembre. Sin dai primi giorni di scrutinio, da più parti era stata sollevata la questione della validità del voto espresso, sottoposto alle intimidazioni degli insorgenti - ed in particolare dei tre principali gruppi di Quetta Shura, Haqqani network e Hezb-e-Islam - nonché a pressioni politiche interne.
La tornata elettorale del 20 agosto ha rappresentato il banco di prova per molti attori presenti nello scenario afghano. Innanzitutto per Karzai, che ha dovuto dimostrare la sua credibilità nei confronti dell'opinione pubblica del suo paese e della comunità internazionale. Dopo la vittoria del 9 ottobre 2004, l'attuale presidente ha dovuto affrontare sia le tensioni politiche interne, soprattutto nel controllare l'ala più conservatrice, sia un'opinione pubblica stremata dal continuo clima di instabilità e assenza di sicurezza minima nel paese, ostacoli ontologici per una ripresa e un progresso sulla via della democratizzazione.
Le ultime elezioni, inoltre, hanno assunto un'importanza vitale per la comunità internazionale, ed in particolare per la NATO e la nuova amministrazione americana. L'Alleanza Atlantica ha concentrato la sua azione proprio sulla stabilizzazione afghana, che a tutt'oggi è più un miraggio che una possibilità reale, a causa di ostacoli strutturali sia di natura interna al paese sia regionali. La creazione di una «regione sicura» e di una piena e reciproca collaborazione in Afghanistan, che veda interessati tanto i paesi NATO così come Pakistan, India e soprattutto Iran, ha costituito il leitmotiv delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dell'Alleanza Atlantica. Per quanto riguarda la nuova amministrazione americana, l'attuale presidente Obama, reduce dall'assegnazione del premio Nobel per la pace, ha inserito la questione dell'Afghanistan al centro della propria agenda diplomatica. Fortemente dipendente, per la propria credibilità internazionale, dalla stabilizzazione del teatro afghano, oggi Washington non può permettersi un «nuovo Vietnam», ipotesi inaccettabile sia per l'opinione pubblica statunitense, sia in termini di risorse economiche e militari. Il cambio di comando che oggi vede il generale McChrystal al vertice del contingente ISAF e di USFOR-A mirava proprio a dare nuovo impulso alla missione, nonché a sradicare definitivamente quei problemi strutturali che impediscono ad oggi agli USA, come alla NATO, di formulare una exit strategy dall'Afghanistan.
Altro attore-chiave è rappresentato dai gruppi di insorgenti, che hanno puntato gran parte della loro strategia di breve periodo nel far naufragare le elezioni del 20 agosto, attraverso continue minacce contro la popolazione civile che si fosse recata alle urne, e ripetuti attacchi contro truppe del contingente multinazionale dispiegato nelle diverse regioni del paese. La strategia degli insorti, inoltre, voleva screditare i candidati alla carica presidenziale, dipingendoli come fantocci degli occidentali, nemici da combattere e di cui non fidarsi. Lo scopo era privare di credibilità la classe politica afghana, in modo da riportare il paese al passato, verso quell'oscurantismo politico, culturale e religioso, che ha fatto dell'Afghanistan terreno fertile per l'affermazione dei Taliban.
Anche le Nazioni Unite sono state coinvolte politicamente nel pantano afghano, a seguito della polemica generatasi tra il numero due della missione ONU (UNAMA), Peter W. Galbraith - più vicino alla linea dura del rappresentante speciale degli Stati Uniti, Richard Holbrooke - e il suo superiore Kai Eide, capo dell'UNAMA, più propenso ad una linea morbida sul riconteggio dei voti. Eide puntava a non invalidare il risultato elettorale al fine di non destabilizzare ulteriormente il paese. Proprio per la sua posizione, Peter W. Galbraith è stato rimosso dal proprio incarico a fine settembre dal segretario ONU Ban Ki-moon, che oggi dovrà ancor più giustificare la propria posizione a seguito del dossier della ECC, che conferma le accuse di brogli elettorali sollevate dallo stesso Galbraith.
In tale scenario frastagliato di interessi molteplici si incastona il problema della stabilizzazione afghana, che passa necessariamente dall'insediamento di un governo (ed un presidente) credibile tanto agli occhi della popolazione quanto a quelli della comunità internazionale. Con un ultimo comunicato stampa, Karzai ha dichiarato di non volersi opporre al riconteggio dei voti e al risultato che da esso è scaturito, lasciando intendere che la via delle nuove elezioni potrebbe essere perseguibile. Non dello stesso avviso sono, però, molti attori internazionali che, per ragioni di sicurezza interna dell'Afghanistan, auspicano piuttosto la creazione di un governo di coalizione tra Karzai e il suo antagonista Abdullah Abdullah. È indubbio, comunque, che il dossier della ECC dimostra quanto si sia lontani dalla stabilizzazione, ma anche quanto «l'esportazione della democrazia», must della dottrina Bush, sia un processo di lungo periodo che necessita di un impegno interno ed internazionale ingente, passando innanzitutto da quella consapevolezza civica democratica, i cui germi non sembrano essere riscontrabili nello scenario afghano.
Condividi questo articolo      
|