L’annuncio di un cambiamento di rotta nella politica Usa nei confronti del Sudan giunge in un momento molto critico per il paese. Il prossimo marzo infatti si svolgeranno le elezioni presidenziali, legislative e amministrative e nel 2011, come previsto dall’Accordo di pace complessivo che nel 2005 ha posto fine al conflitto ventennale tra il sud cristiano e il nord arabo islamico, si terrà il referendum popolare con cui gli abitanti del sud dovranno decidere se continuare a far parte del Sudan, nell’attuale status di autonomia amministrativa, oppure diventare del tutto indipendenti.
In vista di questi appuntamenti decisivi il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il segretario di stato Hillary Clinton hanno dichiarato il 19 ottobre di voler adottare nei confronti di Khartoum una politica di dialogo che, accantonando l’eventualità di azioni militari, si fondi piuttosto su un sistema di “incentivi e disincentivi”, pur senza rivedere il giudizio severo su quanto sta avvenendo nel Darfur, la vasta regione occidentale teatro dal 2003 di un conflitto che ha provocato oltre due milioni di sfollati e di profughi e, secondo le Nazioni Unite, più di 200.000 morti. Obama infatti ha usato ancora la parola «genocidio», un’espressione che il governo sudanese non accetta così come respinge le colpe che la comunità internazionale attribuisce al presidente Omar Hassan al Bashir, accusato di armare le etnie arabe del Darfur contro quelle africane nell’ambito di un progetto di arabizzazione che già fu all’origine della lunga guerra tra nord e sud.
Tre sono gli obiettivi che Washington intende raggiungere nel breve periodo: trovare appunto una durevole soluzione alla crisi del Darfur, ottenere la completa attuazione dell’Accordo complessivo di pace e impedire al terrorismo islamico di riorganizzarsi nel paese. La vera novità della strategia americana nei confronti del Sudan sta nel fatto che la Casa Bianca ha affermato di voler d’ora in poi valutare i progressi realizzati sia dal governo che dall’opposizione in termini non di dichiarazioni di intenti, firme di memorandum di intesa e adesione ai negoziati organizzati dalla diplomazia internazionale, ma di «cambiamenti verificabili sul terreno» e quindi, in altre parole, di fatti concreti e di tangibili risultati. Per il momento tutte le principali forze politiche sudanesi hanno accolto con favore l’apertura al dialogo proposta. Se poi saranno disposti a rispettare le istituzioni democratiche e se, in caso contrario, i disincentivi di Obama saranno efficaci lo diranno i prossimi mesi decisivi.
Un primo ostacolo serio al processo democratico è dato dall’esito del censimento svoltosi lo scorso anno, indispensabile per compilare le liste degli aventi diritto al voto. Secondo l’Splm, il partito che amministra il Sud Sudan dal 2005, i risultati infatti sottostimano la popolazione del sud e sovrastimano quella del nord, il che darà un vantaggio elettorale ai candidati delle etnie di origine araba che sono concentrate nelle regioni settentrionali. La contestazione del censimento è una delle ragioni per cui il 20 ottobre l’Splm ha deciso di aprire una crisi politica ritirando i propri rappresentanti dal parlamento per una settimana: iniziativa che, se necessario, si protrarrà fino alla fine della sessione in corso, vale a dire fino al 30 novembre. Insieme ad alcune forze all’opposizione, l’Splm minaccia poi di boicottare il voto di marzo se entro la fine dei lavori parlamentari non verranno varate leggi che garantiscano le libertà civili e politiche, a partire da una riforma dei servizi di intelligence che ne riduca i poteri, secondo quanto previsto dall’Accordo di pace complessivo e dalla Costituzione. Inoltre l’Splm rivendica un ruolo effettivo nel parlamento accusando il partito del presidente, il National Congress Party, di ignorare le richieste dei partiti di minoranza e dell’opposizione. A peggiorare il quadro si aggiungono i frequenti episodi di violenza verificatisi negli ultimi mesi tra le etnie che si contendono con le armi pascoli e sorgenti. Gli ultimi si sono registrati nel sud, tra le popolazioni Nuer e Dinka, e hanno provocato alcune centinaia di vittime.
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