Anche l'Unione Europea si è attivata per tentare di salvare in Guinea Conakry le istituzioni democratiche, e con esse i diritti umani, civili e politici dei suoi nove milioni di abitanti, dalla minaccia di una soluzione autoritaria della crisi apertasi lo scorso dicembre con la morte del presidente Lansana Conté. La giunta militare che aveva preso il controllo della situazione all'indomani della sua scomparsa si era impegnata a indire quanto prima libere elezioni, promettendo che i propri componenti non si sarebbero candidati. Una parte della promessa è stata mantenuta: il 31 gennaio 2010 si apriranno le urne per l'elezione del capo di stato. Ma a settembre il capo della giunta, il capitano Moussa Dadis Camara, ha annunciato di volersi candidare alla carica, il che ha suscitato energiche proteste da parte dell'opposizione, culminate il 28 settembre in una manifestazione presso lo stadio della capitale Conakry che è stata brutalmente repressa dalle forze dell'ordine. I militari hanno sparato sulla folla uccidendo almeno 157 persone. Centinaia di dimostranti sono stati feriti e altrettanti sono stati arrestati. Nello stadio, e successivamente nei posti di polizia e nelle caserme dove erano stati trasferiti, molti hanno subito abusi e numerose donne sono state violentate.
Nei giorni scorsi Licia Ronzulli, parlamentare europeo del Ppe, nonché vicepresidente dell'Assemblea parlamentare paritetica Acp-Ue, ha richiamato l'attenzione sulla delicata situazione della Guinea sollecitando, dopo le parole di condanna espresse dalla diplomazia internazionale, azioni concrete e immediate ed evidenziando il rischio che il Paese, in mancanza di iniziative tempestive, diventi teatro di un nuovo genocidio. Ora l'Unione europea sta in effetti discutendo quali misure adottare: dall'embargo sulla vendita di armi, già deciso il 17 ottobre dalla Ecowas, la Comunità economica dell'Africa occidentale, che inoltre ha provveduto a sospendere la Guinea che ne fa parte a tempo indeterminato, al blocco dei visti degli esponenti della giunta militare e del governo al congelamento dei loro beni all'estero.
Da parte sua l'Unione Africana aveva ingiunto a Camara di dichiarare ufficialmente entro il 17 ottobre la propria rinuncia a candidarsi. Come tutta risposta, finora, il capo della giunta militare, che nega ogni responsabilità nei fatti del 28 settembre, si è limitato ad accettare di collaborare con la commissione speciale d'inchiesta istituita delle Nazione Unite per indagare sulle violenze commesse allo stadio di Conakry e con il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, incaricato del ruolo di mediatore dalla Ecowas. Di fratellanza, giustizia e pace ha poi parlato il 22 ottobre il primo ministro Kabiné Komara invitando la popolazione ad agire per il bene comune.
Si tratta di deboli aperture che non soddisfano i gruppi all'opposizione ora coalizzati sotto la sigla Forze vive e preoccupati del fatto sostanziale che Camara non abbia ancora annunciato il ritiro della propria candidatura. Tanto meno aveva accettato di dimettersi, come era stato chiesto dall'opposizione, né la giunta ha risposto all'invito a costituire un governo di unità nazionale che guidi il paese fino alle elezioni di marzo.
A conferma della gravità della situazione e dei timori di un suo ulteriore deterioramento, la Francia, ex potenza coloniale, ha invitato i circa 2.500 cittadini francesi residenti in Guinea a lasciare il paese. Fuori dal coro unanime di condanna, la Cina ha invece deciso di consolidare i propri rapporti con la giunta militare impegnandosi il 13 ottobre in ulteriori investimenti per il valore di nove miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. In Guinea si trova oltre il 50% delle riserve mondiali di bauxite e il suo sottosuolo inoltre è ricco di oro, diamanti e uranio e Pechino non fa mistero del fatto che la tutela delle istituzioni democratiche e dei diritti umani in Africa e altrove non rientra nelle proprie priorità, soprattutto quando in gioco vi è l'accaparramento di preziose materie prime.
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