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Numero 355
del 08/02/2010
L'Afghanistan e il nodo pakistano PDF Stampa E-mail
! di Leonardo Tirabassi
tirabassi@ragionpolitica.it
  
sabato 24 ottobre 2009

Mentre Obama, novello Amleto, tentenna a Washington su cosa fare in Afghanistan e in Pakistan, la situazione in quell'area, che in gergo si chiama Afpak, un acronimo che rende l'idea dell'indissolubilità delle due crisi, si fa sempre più pesante. Il punto è che l'intervento internazionale, americano e NATO, iniziato in Afghanistan per dare la caccia ad Al Qaeda, si è trasformato nel corso degli anni in qualche cosa di ben diverso. I cambiamenti sono avvenuti su entrambi i lati del conflitto, sia sul versante del nemico sia su quello degli alleati.

Incominciando da quest'ultimo, possiamo dire che la guerra afghana ha smesso di essere un problema internazionale perché sul campo la NATO ha dimostrato tutta la sua impotenza e incapacità di intervento. I governi occidentali, in realtà, non si sentono parte in causa, ognuno ha interpretato a modo suo la richiesta d'aiuto dell'alleato americano sia per quantità di forze da impiegare che per regole di ingaggio, finendo col rinchiudere a chiave i propri soldati entro fortini, con la speranza di ridurre al minimo il numero delle perdite. Doppio fallimento, quindi, politico e militare, che nei rapporti tra Stati Uniti e alleati europei conterà parecchio nel prossimo futuro.

Sul piano geopolitico, la guerra ha prodotto cambiamenti enormi nell'area. In primo luogo, la guerra afghana si è trasformata in una questione interna, in una lotta anche tra etnie in una nazione ormai allo sbando dopo quasi 30 anni di distruzionE e morti. Il risultato è che i Talebani hanno portato il conflitto anche nelle zone pashtun del nord Pakistan, in quelle province tribali amministrate con ampia autonomia ma anche tenute ben distanti dall'intervento economico e sociale dello Stato pakistano. Federally Administered Tribal Areas (FATA), North-West Frontier Province (NWFP) o «cintura tribale del Pakistan», sono i nomi mitici che rimandano ad un inesistente confine tra i due paesi, inventato per comodità imperiale dagli inglesi nel 1893, la «Durand line», con conseguenze nefaste, perché ripartiva un'etnia tra due paesi con due ruoli ben diversi, dominante in Afghanistan e minoranza in Pakistan. Questo per lo meno fino all'avvento di Karzai, che escludeva per la prima volta nella storia i pashtun dal governo di Kabul a vantaggio dell'Alleanza del Nord a maggioranza tagika, azara e uzbeca.

Per capire quello che sta succedendo è necessario riportare il ruolo dei Talebani nello scacchiere asiatico. Il primo fatto - risaputo - è che il Pakistan ha sempre appoggiato i Talebani con una triplice funzione: creare in Afghanistan un regime amico che si opponesse alle rivendicazioni indiane e che formasse una cintura di sicurezza, assieme all'Arabia Saudita, contro le mire espansionistiche e rivoluzionarie dello sciita Iran. Mai, insomma, il governo di Karachi ha visto i fondamentalisti afghani come una minaccia. Ma il Pakistan vive anche grazie all'aiuto americano e le cose non potevano non cambiare dopo l'11 settembre, costringendo il governo ad assumere posizioni più dure. Il fatto è che l'asse centrale dello Stato pakistano è rappresentato dal complesso militare con al centro i suoi servizi segreti -l'ISI - e in questo settore statale invece non c'è stato quel cambio netto di marcia, perché la visione strategica è rimasta la stessa di prima dell'attentato alle Twin Towers. L'India è sempre percepita come il primo nemico. Nel frattempo, però, in un gioco di specchi difficile da controllare, il movimento talebano si radicalizzava anche tra i pashtun pakistani che coglievano l'occasione della presenza delle truppe americane in Afghanistan anche per combattere il governo pakistano visto come filo-occidentale, nemico del loro popolo e infedele. Come si capisce, spinte etnico-nazionaliste, questioni di potere e motivi religiosi si fondono trasformando la questione in un groviglio inestricabile.

Stretto comunque dalla necessità di fare qualcosa, con i Talebani pakistani ogni giorno più invadenti, gli americani che minacciano sempre di chiudere i cordoni della borsa, l'esercito pakistano a più riprese ha condotto azioni contro i Talebani nell'area tribale. Le ha condotte però male, con scarso impegno e in modo tradizionale. Innanzitutto, esse non rientrano in una strategia di lunga durata, ma sono campagne isolate e scollegate l'una dall'altra, alternando la politica del bastone e della carota, forza e trattativa, in modo sconclusionato (si ricorderà infatti il riconoscimento della legge islamica in deroga al diritto pakistano per quest'area); in secondo luogo, sono condotte con una logica non di anti-insorgenza, ma secondo i principi classici della guerra tradizionale e quindi, in terzo luogo, non hanno al centro la sicurezza della popolazione locale. Il risultato è devastante: un milione e mezzo di profughi per cui non è stata prevista nessuna politica di accoglienza, e quindi terreno fertile per ogni propaganda estremista e di reclutamento talebano.

Afpak, a questo punto, non è più un acronimo giornalistico: è una realtà unitaria resa ancor più complessa da altri fatti come la presenza di cinquanta testate nucleari puntate contro l'unica democrazia dell'area, quell'India che sta facendo passi da gigante nel processo d'integrazione mondiale. La guerra si sta rilevando come il più impietoso banco della verità di ogni velleità e retorica multilateralista tanto sbandierata in campagna elettorale. A Obama non rimane altro che decidere e agli europei, ancora una volta, non rimane altro che aspettare le decisioni dell'amico americano. E l'Alleanza Atlantica? Il fallimento del ruolo della NATO post-guerra fredda come forza di proiezione è evidente e niente dopo questa guerra sarà come prima.




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