No, si, forse. Si sono rincorse per tutta la giornata di venerdì le notizie su un possibile accordo tra Stati Uniti, Francia e Russia da una parte e Iran dall'altra, riguardo al dossier nucleare iraniano. Il documento redatto dall'Aiea, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, è stato prima firmato da Mosca, poi da Parigi infine è arrivato il via libera di Washington. Mancava solo Teheran all'appello. Ma i mullah, ancora una volta, hanno preso tempo. Prima è filtrata la voce che avrebbero rifiutato l'accordo, riportata dalla televisione di stato iraniano, poi sono cominciate circolare voci su una valutazione «positiva» della proposta El Baradei (dal nome del Direttore dell'Aiea), infine è arrivata la nota ufficiale del governo iraniano che per bocca di Ali Asghar Soltanieh, inviato di Teheran presso l'Aiea,ha dichiarato che una decisione sarà annunciata a metà della prossima settimana. «L'Iran sta lavorando e verificando tutti i dettagli della proposta El Baradei», avrebbe detto.
Un film già visto molte altre volte, la solita manfrina che dimostra l'abilità di prendere tempo dei mullah, e la capacità straordinaria dell'Occidente di farsi prendere per il naso. Oltretutto su un documento che riportava praticamente immodificate le richieste di Teheran fatte all'incontro di Ginevra delle scorse settimane, in cui chiedeva di poter arricchire una parte del proprio uranio all'estero, per riportarlo poi in Iran a scopi civili. Una richiesta, tra l'altro, puramente di facciata visto che non garantisce minimamente l'interruzione del programma nucleare a scopi militari. Il fatto che Teheran accetti di mandare all'estero l'85% del proprio uranio a basso livello di arricchimento non significa praticamente nulla, visto che è impossibile per i tecnici dell'Aiea verificare quanto uranio possieda realmente oggi Teheran. E' difficile credere a chi in passato (e per passato non si intendono anni, ma settimane) ha dimostrato di mentire ripetutamente e tenere segreto gran parte del proprio programma nucleare. Inoltre anche se davvero l'Iran mandasse una parte del proprio uranio all'estero, niente le impedirebbe di continuare l'arricchimento nei suoi impianti (Qom e Natanz e chissà quali altri ancora segreti) tanto da giungere in un periodo stimato tra i nove ed i dodici mesi ad una quantità di uranio sufficiente per una bomba atomica.
Anzi, l'accordo potrebbe addirittura favorire i piani iraniani, perché l'uranio arricchito dai russi al 19,75% potrebbe essere successivamente ulteriormente lavorato negli impianti iraniani, con una riduzione dei tempi (anche perché la tecnologia russa consente di «depurare» l'uranio dalle impurità causate dalle vecchie centrifughe di Natanz). D'altra parte, come detto, El Baradei non ha fatto altro che riportare nell'accordo le proposte di Saeed Jalili, capo negoziatore dei mullah, che ovviamente non si sono voluti precludere la possibilità di procedere nei propri piani.
Dunque un accordo che, anche se sottoscritto, non potrebbe garantire in alcun modo l'abbandono del programma nucleare militare iraniano. Ma naturalmente se Teheran firmasse (e alla fine, magari dopo avere ottenuto qualche altra concessione, certamente firmerà) ciò verrebbe presentato come una grande vittoria della diplomazia e della politica di Obama, mentre la realtà è che un accordo di questo tipo non cambia minimamente la sostanza delle cose, lasciando la minaccia iraniana immutata, ed anzi rafforzando la posizione intransigente di Ahmadinejad.
Il povero Obama è sempre più impotente, prigioniero della propria strategia tutta tesa alla disperata ricerca di un dialogo impossibile, ed infatti ieri è filtrato da ambienti dell'Amministrazione di Washington tutto l'imbarazzo per una firma che non arrivava. Sembra quasi che il presidente americano speri che da un momento all'altro saltino fuori gli attori e le comparse con un bel cartello «Scherzi a parte», ma sfortunatamente per lui (e per noi) la minaccia dei mullah è reale, non è finzione. E lo scherzo continua.
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