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Numero 460
del 03/02/2012
Bersani: tra Breznev e Berlusconi PDF Stampa E-mail
! di Gabriele Cazzulini
cazzulini@ragionpolitica.it
  
martedì 27 ottobre 2009

E' fatta. Anzi: rifatta. Cosa? E' bastato il lifting elettorale di una giornata, quella delle primarie, e la vecchia storia è bella che servita. Pronta sul piatto del televisore, sul vassoio dei giornali, fasciata tra due chiacchiere da strada. E' la storia dell'Unione, del centrosinistra, della socialdemocrazia, del segretario duro e puro, con quella esse sibilante che tronca ogni fuga in avanti per ritornare al trapassato remoto. Cicli e riciclaggi, come una macchina impastatrice che sforna saporite tagliatelle emiliane.

Bersani vuole prendere in mano questa storia per darle un senso, come se restituisse ad un mammifero la sua colonna vertebrale. Bersani è il reazionario che vuole non solo il ritorno al trapassato, ma vuole farlo bruciando vent'anni di cambiamento scanditi da due colpi grossi dell'astuzia della storia: 1989, fine del comunismo come regime e 2008, fine del centrosinistra italiano come formula di governo italiana. B di Bersani, come B di Breznev. Il compagno Bersani si è criogenizzato, vivendo nel congelatore per vent'anni, ma ora, ancora gocciolante delle contraddizioni e delle rimozioni del comunismo, si trova segretario degli eredi rinnegati del più grande partito comunista europeo. E' un po' come proclamarsi imperatori di Roma dopo che sono passati i barbari. Ci sono gli allori, ma niente altro.

Il Pierluigi compagno Bersani ha raccolto il 53% dei voti. Non è un plebiscito. Veltroni due anni fa superò il 75% e distanziò di quasi il cinquanta per cento il secondo arrivato - adesso è scattato l'effetto noia? Questo successo medio di Bersani è la parola fine scritta dopo un paradossale ciclo in cui il Pd veltronesco aveva individuato una fortissima carica di nuovismo e leaderismo, al punto da far apparire il Pd come un partito di sinistra così post-comunista da finire anche anti-comunista. C'era Veltroni, lo sconfitto per eccellenza che all'improvviso era diventato il trionfatore delle primarie 2007. C'era il nuovo nome, il nuovo simbolo, i nuovi colori, una nuova leadership affamata di comunicazione, mediocrazia, rottura col passato. Era un paradosso, perché era solo una fortunata campagna d'immagine; infatti quel Pd ha collezionato solo sconfitte. La mezza vittoria di Bersani è questo: un voto all'uomo e una bocciatura silenziosa del suo progetto politico. Bersani fa tenerezza come l'ultimo esemplare del comunismo duro ma non così indurito da non capire che lambrusco e tortellini sono meglio dei pallettoni di un Kalashnikov. Cioè: duro a parole, morbido nei fatti. Infatti piace Bersani, non il suo programma, che non fa battere il cuore ai reduci dell'armata rossa. D'altronde Franceschini è riuscito nell'impresa titanica di fare peggio di Veltroni, cioè non fare nulla. Quanto a Marino, farlo segretario del Pd è come eleggere Pannella presidente della Repubblica.

Il primo giorno di Bersani è da incorniciare. Il messia che dovrebbe resuscitare il Lazzaro della socialdemocrazia è andato a Prato, ibrido molto problematico tra emigrazione cinese e crisi del tradizionale settore tessile. Il neo-segretario ha iniziato a sgranare perle di saggezza, come dichiarare che i problemi della gente sono la priorità. Non l'aveva mai detto nessun politico. Appena il tempo di riprendersi da questo colpo di genio, che Bersani tornava ad esternare, dicendosi pronto a confrontarsi col governo ma senza dialogare. E come fa? Come si fa a confrontarsi senza aprir bocca e tenendo le orecchie chiuse? Se gentilmente Bersani porta un esempio concreto, la scienza politica compierà un enorme avanzamento. Ma non è finita: se il governo si occuperà della crisi, il Pd farà uno «sforzo». Allora s'è già rimangiato la parola: non vuole il dialogo, poi accetta il confronto e alla fine concede uno sforzo. Almeno, se non qualcosa di sinistra, Bersani poteva dire qualcosa di razionale. Intanto la nuova opposizione promessa dal Bersani-profeta resta ancora un oggetto non identificato. Tutto questo nel primo giorno. Non male. Figurarsi il giorno dopo.

Bersani-Breznev, ma anche Bersani-Berlusconi. Infatti Silvio e Pierluigi sono nati nello stesso giorno, il 29 settembre. Sarà questo, Bersani: un termine medio tra l'estremo del passato così amato del comunismo e il presente così odiato del berlusconismo. Amore e odio al tempo stesso. Principio di piacere e di realtà, direbbe Freud. Ecco, il lettino dello psichiatra si dimostra più utile delle primarie.




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