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Numero 462
del 11/02/2012
Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro PDF Stampa E-mail
! di Sandro Bondi
bondi@ragionpolitica.it
  
martedì 27 ottobre 2009

Pubblichiamo la postfazione di Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, al libro di Andrea Camaiora «Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro» (Marsilio editore, pagg. 141, 13 euro).

Lo storico e antropologo gesuita Michel de Certeau ha sottolineato il valore della «presa della parola» (la prise de parole) come gesto catalizzatore e sintetico. Capace di racchiudere in sé il valore magico della parola - l'alchimia dell'espressione che smuove i cuori e rimuove la menzogna - e la creatività come evento spirituale.

Se c'è una trama fitta, intricata e affascinante che lega la vicenda umana di don Gianni Baget Bozzo a tutti noi è proprio la cifra della «presa della parola». Il linguaggio. La stessa narrazione della propria esistenza terrena, con le grazie mistiche che l'hanno resa dominio del Dio della storia, è attraversata, come dalle stigmate del linguaggio. Del Logos che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Lo spirito della «sovversione non sospetta», come avrebbe detto un filosofo e poeta della statura di Edmond Jabès, di questo singolare prete - laico perché cristiano e cristiano in quanto laico - riposa interamente nella potenza del linguaggio.

Alla libertà appartiene non soltanto il futuro, ma l'eterno: la celebre sentenza di Benedetto Croce, citata da don Gianni dal palco del congresso di Verona del Psi, fornisce proprio la chiave ermeneutica per cogliere la forza di quella bomba a orologeria che fu la parola nell'esperienza del nostro amico e compagno di battaglia. Del resto, la storia, il peso e il dramma storico come tale, si esprimono attraverso un linguaggio. C'è tutta una theologia crucis, che don Gianni conosceva perfettamente, forgiata sulle parole di Gesù sulla croce. Ipse dixit. La storia cambia all'interno del linguaggio che la esprime e, con ciò, la sovverte. Ancora una volta, vi è qui una sovversione non sospetta, ma molto chiaramente agita alla luce del sole. Come tutta la vita di questo pensatore politico e teologo militante, «genio onnivoro» nella densa definizione di Giuliano Ferrara.

Don Gianni afferrò la crisi della dc - con il trauma dei fatti del 1960, in cui il partito di De Gasperi divenne la gamba destra della militanza antifascista, unitamente al pci, considerato, a quel punto, unico punto sostanziale di unità antifascista - perché la storia imponeva ai suoi vecchi amici politici un nuovo linguaggio. E questo stesso linguaggio cessava, così, di trasporre l'essere, la realtà storica, su un piano di ordine intellettuale e morale, finendo per diventare fonte di corruzione e di eterodossia. L'aggettivo «eterodosso» qualificava, per Baget, la corruzione del pensiero. Queste riflessioni, apparentemente distanti dalla politologia corrente e dai commentari quotidiani di un prete singolare, ne costituivano, invece, il sale e la vita. La fecondità di quelle parole politiche aveva origine in questa dimensione spirituale che, come la Tradizione della Chiesa ha sempre insegnato, si comunicavano attraverso il medium del linguaggio.

Lo spirito non è immaterialità pura proprio perché si nutre di linguaggio umano. Ecco, allora, che Bettino Craxi, prima, e Silvio Berlusconi, dopo, rappresentano luoghi di ricostituzione della vita e del linguaggio della verità. Ovvero, del linguaggio del senso comune, della tradizione cristiana e del popolo. Annotiamo qualche momento saliente di questa strada interpretativa. Nel 2003, leggiamo nel bel testo di Andrea Camaiora, don Gianni firma la prefazione a una pubblicazione del coordinamento provinciale dei giovani azzurri di Pisa e, con la stessa cifra di novità inverata nelle lezioni ai giovani quadri della dc, ai quali insegnava la lezione gramsciana (dunque, un linguaggio altro dalla consuetudine politico-culturale democristiana), osserva: «Ciò che mi ha colpito di più nelle fitte pagine che ho letto è il vostro linguaggio, semplice, terso, chiaro, frutto di menti ben fatte. Ma soprattutto godo di quello che è prima del vostro linguaggio: lo sguardo sulla realtà». Il Baget teologo sa bene che, prima di questa purezza di sguardo, c'era la «fatica del concetto», con la lettura dei classici del pensiero, con una grande quantità di mediazioni. «Io, perché cattolico di mente, mi trovavo male in questa cultura e poi ruppi a trent'anni con essa. [...] Non dovevamo guardare la realtà, ma pensare i pensatori che erano considerati tali perché erano contro la realtà, un perfetto circolo vizioso». È la consuetudine dialettica dello scontro, sia intellettuale che pratico, frutto dell'hegelo-marxismo, feticcio e vitello d'oro del moderno. Ma questi giovani sono la Berlusconi generation, la generazione nata dopo il crollo del Muro di Berlino, dotati di un linguaggio da «poveri di Jahvè», con la «piccola via» incorporata nel cuore e nelle menti. Baget scruta nei cuori di questi giovani: «Voi oggi forse non valutate che grandi novità voi siate, che beneficio sia per voi che per noi il vostro "guardare". Voi pensate che il reale sia il bene; e lo guardate con amore, non per cambiare la sua essenza (rivoluzione), ma migliorare la sua esistenza (libertà); chi crede nella libertà crede nel bene. Voi siete naturaliter christiani, perché pensate che la realtà sia bene, e ciò significa credere in Dio. Non vi riconoscete nei cattolici di oggi, perché il mondo cattolico [...] ha subito il moderno ed oggi soffre il virus no global e cattocomunista. Non sono più naturaliter christiani, ma solo fideisticamente cristiani; ed il fideismo è il cattolicesimo a metà».

Lo strumento della diffusione di questo common sense della libertà, nella fede dei semplici e dei portatori di bene, è Ragionpolitica.it, un luogo virtuale, on line, voluto da un prete ormai maturo, che coglieva nella cosiddetta «cultura del mondo» un patrimonio spirituale di libertà per la persona. In questa inserzione concreta riemerge la mistica della Voce di don Gianni. Baget ha fiducia nel futuro: «Forza Italia ha ovunque personale nuovo, ha un magnifico apporto giovanile, la Berlusconi generation, che è nata alla politica dopo la fine del comunismo russo e respira l'aria del tempo della globalizzazione. L'occasione creata da Berlusconi va ora colta». La tecnologia è una soggettività vivente e la globalizzazione è il suo humus naturale, una sfera linguistica, ancora una volta, da riempire di passioni, di fede e di azione politica. Ben al di là della sterile interpretazione della dimensione virtuale come nuova intelligenza collettiva, questo grande pensatore ne sapeva cogliere le luci di liberazione dell'individualità e della creatività, certamente nel rischio della libertà, del tutto ineliminabile nell'esistenza umana. Il «tempo dei Gilgamesh» è lo spazio, anche spirituale, di ricerca della libertà, del benessere e della felicità personali. La «formazione», linguaggio teologico efficace nel postmoderno, è, infatti, ben altro della dottrina delle scuole di partito. Il linguaggio, ancora una volta, è il volto della novità storica e politica. La trama fitta di incontri e conoscenze di Baget richiama tanto il martirio del cardinale ungherese Mindszenty tanto la novità politica straripante di Bettino Craxi.

Prima dell'incontro con Silvio Berlusconi. Il «compagno Baget» ha capito che la laicità è alleata oggettiva della Cristianità, non, dunque, di un «cristianismo» ideologico e teocratico, ma di quell'apertura spirituale lieve e dolce in grado di afferrare la bellezza dei nuovi segni dei tempi. «Veritas, a no; e sempre la sapienza dell'Aquinate precisava: «anima quodammodo omnia». La verità, da qualunque parte arrivi, viene dallo Spirito Santo e chi percepisce questa verità? L'anima, luogo che contiene tutta la realtà, storica e culturale, di un'epoca («omnia»). Questa è la mistica cattolica, la faccenda più laica che esista al mondo. Forza Italia ha saputo incorporare questi semi spirituali attraverso la forza carismatica di un uomo, amato dal suo popolo. Forza Italia è, perciò, prima di tutto un evento spirituale.

Don Gianni è stato, come egli stesso ha scritto sulle colonne de il Giornale, una sorta di predicatore evangelico americano, attratto dalla potenza etica del «credo laico» come dal connubio, individuato da Benedetto xvi nel suo viaggio negli Usa, una forma di fede che costruisce una cultura laica e una politica che garantisce le condizioni di una Cristianità non supina alla «Grande Bestia», secondo Simone Weil, o al «mostro freddo», secondo Friedrich Nietzsche, vale a dire lo Stato. Questa dimensione di laicità rompe con qualsiasi dualismo patologico, che consiste nel pensarsi o cittadino o credente (aut-aut), inserendo nel lessico politico-culturale un efficace e pacificatore et-et: si è tanto cittadini della terra quanto cittadini del cielo. Agostino docet.

Ecco, allora, che l'esistenza teologica di Baget si trasforma, progressivamente, grazie alla sua militanza politica, in una testimonianza integrale di uomo che rompe con i dualismi patologici. Con ciò diventando la bestia nera del cattolicesimo postmoderno, che egli definisce, in un suo saggio luminoso dedicato all'Anticristo, «neonichilismo cristiano». Il nichilismo è stato combattuto dai laici fieri e di radicata cultura cattolica come Craxi e Berlusconi, il primo anche con il celebre e straordinario discorso alla Camera, nell'infuriare di Tangentopoli, un discorso che ha fatto scuola e ha appunto creato nuovo linguaggio politico. Un approccio alla realtà, uno sguardo fatto proprio anche da Berlusconi, tanto da farlo diventare il Nemico sia dei cattocomunismi, sia dei neoazionisti violenti e razzisti sul piano etico della «tribù» di Micromega. La rivista Micromega, diretta dal girotondino «teocratico» alla rovescia Paolo Flores d'Arcais, di fatto, «scomunica la realtà», ossia, per questa ideologia, del tutto sradicata dai consensi popolari e dalla «maggioranza silenziosa», se i fatti non collimano con i pensieri, tanto peggio per i fatti. Micromega nasce come rivista filosofica, di una certa finezza culturale a dire il vero, e lentamente, con l'insorgere dell'evento Berlusconi, sceglie di «definire chiaramente il nemico». Uno soltanto, ovviamente: Silvio Berlusconi. La sinistra postcomunista morirà - anzi, sta morendo in diretta, in questi mesi - sul sangue del leader del psi, Bettino Craxi, come scriverà Baget a più riprese, anche sulle colonne dell'Avanti!. Con un «nota bene» di non piccolo momento: «Noi, socialisti di libertà». Non meramente liberal-socialisti e socialisti liberali, ma socialisti di libertà, cioè nati nella battaglia contro i dispotismi comunisti e clericali, contro il partito degli intellettuali, stigmatizzato da un altro grande socialista libertario e cristiano tradizionale, Charles Péguy; gli stessi socialisti di libertà che volevano, insieme a Craxi, salvare la vita di Aldo Moro, contro l'inumana linea trattativista del Pci e della Dc. Una Repubblica fondata sulla morte del capro espiatorio.

Papa Ratzinger è il sigillum veri di questo percorso, a cominciare dallo «spirito della liturgia», quanto di meno laico possa esserci, a prima vista, in realtà, quel «quid novi» in grado di restituire a chi crede e a chi non crede un respiro soprannaturale, oltre i dualismi patologici. Non dimentichiamo che un socialista libertario, sul quale scrisse un saggio tanto singolare quanto geniale un teologo come Henri de Lubac, Pierre-Joseph Proudhon - lanciato come alternativa culturale al leninismo comunista da un famoso saggio pubblicato su L'Espresso, nel 1978, scritto dal sociologo della politica Luciano Pellicani e firmato da Bettino Craxi - affermò: «Così è necessario ritornare alle sorgenti e cercare il divino». Un laico singolare, poi, già citato da Baget al congresso di Verona del Psi, Benedetto Croce, pronunciò, l'11 marzo 1947, le parole dell'«inno sublime» - come egli lo definì - alla fine del suo intervento all'Assemblea costituente durante la discussione generale sul «progetto di Costituzione» elaborato dall'apposita commissione, la «Commissione dei 75», nominata dalla stessa Assemblea nel luglio del 1946 e rappresentativa dei principali orientamenti politici e culturali in essa presenti: un linguaggio liturgico in piena laicità istituzionale! Ritorna Ratzinger e lo «spirito della liturgia», oltre il dualismo.

Dunque, bene ha fatto don Gianni Baget Bozzo, il nostro indimenticabile amico, a scrivere ai laici del centrodestra, e di Forza Italia in particolare, il 20 marzo 2007: «Bisogna che i laici di Forza Italia capiscano che l'Occidente vale bene una messa e abbiano il coraggio di imitare Enrico IV di Borbone, che fondò così la Francia moderna». Il segnavia di un percorso futuro, con un nuovo linguaggio. La nostra «presa della parola».




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