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Numero 475
del 15/05/2012
Africa. Se i governi non ritengono gli immigrati una ricchezza PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
giovedì 29 ottobre 2009

Nei giorni scorsi l'imbarcazione soccorsa nel Mediterraneo dalle autorità del porto di Pozzallo e quella diretta in Grecia, naufragata al largo dell'isola di Lesbo, hanno riportato l'attenzione sul problema degli africani che tentano di lasciare i loro paesi, in cerca di miglior sorte altrove o, minacciati dalla povertà e dai conflitti armati, di scampo alla morte. Nelle stesse ore una nave salpata da Porto Novo, nel Benin, con a bordo oltre 300 emigranti provenienti da alcuni Stati dell'Africa Occidentale e diretta alla volta del Gabon, veniva intercettata dai funzionari della Marina Militare di questo paese, che l'hanno costretta a invertire la rotta dopo aver accertato che quasi tutti i passeggeri erano privi di documenti regolari. Pur avendo pagato ai trafficanti di uomini quasi 1.000 dollari a testa, gli emigranti molto probabilmente verranno quindi espulsi dal Benin e dovranno fare ritorno con mezzi propri ai rispettivi paesi d'origine. Andrà meglio solo per i 34 minori di cui si stanno occupando la Croce Rossa Internazionale e l'Unicef.

Ancora più drammatica è la sorte di decine di migliaia di africani di recente rimpatriati a forza dall'Angola e dalla Repubblica Democratica del Congo. L'Angola ha intensificato nelle ultime settimane le operazioni di espulsione, in corso da mesi, degli stranieri privi di documenti d'ingresso, per lo più residenti nelle regioni angolane settentrionali ricche di giacimenti di diamanti: secondo Luanda, gli immigrati, oltre a essere irregolari, dedicandosi all'estrazione illegale di diamanti violano la legge, recano seri danni all'economia nazionale e all'ambiente e sono fonte di instabilità e di problemi sociali. Le Nazioni Unite stimano che entro fine anno i provvedimenti riguarderanno in tutto non meno di 50.000 persone. Quelle già rimpatriate, o che si sono date alla fuga rientrando nei paesi d'origine - la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Congo - per non cadere nelle mani delle forze di polizia angolane, parlano di una brutale «caccia all'uomo», con gravi e frequenti episodi di violenza ed esecuzioni sommarie di chi tenta di resistere alla cattura.

Il governo della Repubblica del Congo ha reagito limitandosi, per ora, a chiudere le frontiere con l'Angola per diversi giorni a partire dal 28 settembre. Invece il governo di Kinshasa ha deciso di avviare a sua volta la campagna «Tolleranza Zero», una vasta operazione di rimpatrio dei cittadini angolani emigrati irregolarmente nella Repubblica Democratica del Congo, molti dei quali fuggiti durante gli anni della lunga guerra civile angolana e profughi anche da più di 20 anni. In pochi giorni ne ha espulsi oltre 16.000 e complessivamente circa 42.000 hanno già varcato la frontiera, incalzati dalle forze dell'ordine congolesi. Così adesso anche Luanda deve gestire il rientro improvviso di decine di migliaia di persone, con problemi di reinserimento enormi se si considera che, addirittura, molte di esse neanche parlano la lingua ufficiale del paese, il portoghese, essendo nate e cresciute in uno Stato francofono. Il governo angolano sostiene che in realtà i connazionali cacciati dal Congo vi erano entrati regolarmente e, per protesta, ha sospeso tutti i voli della compagnia aerea di bandiera diretti nella Repubblica Democratica del Congo.

Per far fronte a questa ennesima emergenza umanitaria, le Nazioni Unite hanno istituito uno speciale gruppo di lavoro e l'Alto Commissariato ONU per i Profughi ha provveduto a varare un programma di aiuti per fornire di tende e di generi di prima necessità centinaia di famiglie sprovviste di tutto. Nel frattempo, il 23 ottobre Luanda e Kinshasa hanno finalmente accettato di affidare a una commissione l'incarico di appianare le tensioni di queste settimane. La speranza è che in tempi brevi si impegnino a cooperare nella lotta contro l'emigrazione illegale garantendo però la sicurezza degli immigrati e il rispetto dei loro diritti fondamentali. Il primo risultato è stato la temporanea sospensione dei rimpatri forzati.




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