Premessa maggiore: le istituzioni. Premessa minore: riforme condivise. Conclusione: ripresa duratura. E' il sillogismo prodotto dal presidente Napolitano. In un altro paese è come parlare della scoperta dell'acqua calda. In Italia è come scrivere la teoria della relatività. Nel primo caso è sempre la solita retorica sulle riforme condivise, dove l'accento cade più sul metodo, cioè sulla condivisione, che non sulle riforme, cioè la sostanza. Se una cosa è necessaria, voglio che sia fatta. Se la fanno tutti, non cambia di molto. Appunto: non sono i numeri ad impedire o a rimediare ad una crisi. Sono le strategie. Ma le strategie non le partoriscono le istituzioni. Tocca al governo farle. Succede così a qualunque latitudine. Se poi il governo sbaglia, al prossimo giro gli elettori lo lasciano a casa. Anche questa è retorica. Ma stranamente non se ne parla mai in Italia. Allora, il pensiero presidenziale va tradotto in termini chiari: servono le riforme per uscire dalla crisi definitivamente. E non ci piove. Chi le fa - domanda. Risposta: il governo. Chi altri?
Detto questo, bisogna specificare non tanto l'allargamento delle riforme, quanto il ruolo dell'opposizione. Governo e opposizione: il governo c'è; manca l'opposizione. Sennò, anche volendo, a chi si allargano queste riforme? Questa volta deve rispondere Bersani che, a differenza di Dio, al quinto giorno dal suo trionfale insediamento, non ha ancora creato una nuova opposizione. Sono caduti Franceschini e Marino, si sono dimessi i due capigruppo, c'è l'organigramma della dirigenza tutto da definire. Bersani c'è. Ma dov'è il leader dell'opposizione? Venerdì è andato da Fini, ma rifiutando un'ipotesi di lodo costituzionale proposta da La Russa. E' la prima anti-riforma firmata Bersani. Invece di allargare la mentalità del Pd in parlamento, il Bersani neo-segretario col 53% dei consensi ha incontrato Nichi Vendola, superstite governatore della Puglia dopo le scosse estive della sua sanità regionale. In pratica il partito principale dell'opposizione ha cercato il sostegno di un micro-partito da risultato elettorale simile ad un prefisso telefonico. Perché? Se non c'è Vendola l'opposizione non riesce ad aprire bocca? Che senso ha quest'apertura ai rottami del comunismo, proprio adesso che cadono i vent'anni del crollo del muro di Berlino? Per Bersani l'Unione può essere defunta, ma il nuovo segretario non riesce proprio a rassegnarsi alla morte del comunismo.
Comunque è facile chiamare Vendola, in debito d'ossigeno e pronto a fare alleanze persino con Casini. Ma Di Pietro? Lo dica, Bersani, cosa vuol fare con l'Italia dei Valori e il suo ingestibile caudillo. Se Bersani va da Di Pietro, avrà bisogno di un interprete simultaneo per tradurre ogni parola di emiliano in linguaggio anti-berlusconese, l'unica lingua che Di Pietro parla e capisce. Perché è ormai questa la scala di grandezza del dibattito dell'opposizione: la scala del condominio dove gli inquilini bisticciano per quisquiglie senza capirsi veramente. La crisi? La sinistra la conosce benissimo; infatti è in crisi continua. Ma è la sua crisi d'identità, di alleanze, di politiche. Questa mentalità ovattata, dove gli urti della realtà neanche si sentono, dove al premier il Pd fa sempre le stesse dieci domande sulla vita privata e mai sulla politica, ogni tanto, per sbaglio o per caso, è scombussolata dal contatto con la realtà. Infatti arriva Napolitano e invoca le riforme condivise per la ripresa duratura. Forse è meglio far riprendere l'opposizione, prima di parlare di cose serie.
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