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Numero 355
del 08/02/2010
Ancora nessun accordo tra Occidente e Iran PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
sabato 31 ottobre 2009

Continua il tira e molla sul dossier nucleare iraniano. Sarebbe dovuta arrivare questa settimana la risposta di Teheran alla proposta presentata dall’Aiea e già firmata giovedì scorso da Stati Uniti, Francia e Russia, ma dall’Iran ancora non è arrivata alcuna comunicazione definitiva. L’accordo proposto da El Baradei, capo dell’Aiea, prevederebbe che circa l’80% dell’uranio a basso livello di arricchimento (3%) in possesso di Teheran venga inviato in Russia affinché sia portato ad un livello di arricchimento medio (19,5%) per poi passare in Francia dove verrebbe ulteriormente lavorato e trasformato in combustibile per l’utilizzo nei reattori iraniani. Ma la proposta dell’Aiea non sembra soddisfare Teheran, che ne contesta proprio il nucleo centrale, quello, cioè, che prevede che l’Iran invii il proprio uranio in Russia per l’arricchimento.

Sembra infatti che i mullah non si fidino, e siano convinti che una volta uscito dai loro confini l’uranio non tornerà più indietro. «Non c'e' alcuna garanzia che il nostro uranio torni trasformato in combustibile» ha dichiarato il portavoce della commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Kazem Jalali. Per questo l'Iran vuole riaprire i negoziati, ed ha proposto di acquistare l’uranio già arricchito senza dover rinunciare al proprio, praticamente una beffa per l’Occidente, che non così non otterrebbe neppure il (presunto) obiettivo di rallentare lo sviluppo del programma nucleare militare degli ayatollah. Naturalmente però, il governo iraniano non ha voluto chiudere completamente la porta ad un possibile accordo, anzi, l’inviato di Teheran a Vienna, Ali Asghar Soltanieh, ha parlato di un «giudizio positivo» sulla proposta El Baradei. Ed il presidente Ahmadinejad, in un discorso nella città di Mashhad, nel nord-est del paese, trasmesso in diretta dalla televisione di stato, ha dichiarato «Accogliamo con favore la possibilità di cooperare sul combustile, sugli impianti e sulla tecnologia nucleare e siamo pronti a fare la nostra parte». Belle parole, certo, peccato che poco dopo indicato i limiti di un possibile accordo: «Finché questo governo rimarrà in carica, non arretrerà di uno iota rispetto agli inalienabili diritti della nazione iraniana, ed abbia rivendicato il negoziato come una vittoria. Appena pochi anni fa avrebbero detto che dovevano prima fermare tutte le nostre attività nucleari, mentre oggi essi chiedono di cooperare con la nazione iraniana».

Parole inequivocabili che dimostrano chiaramente la tattica usata dai mullah: il bastone e la carota. Da un lato cercano di dimostrarsi possibilisti verso un accordo con l’Occidente e dichiarano di voler cooperare, dall’altro dimostrano con i fatti di non avere alcuna intenzione di rinunciare al proprio programma nucleare. D’altra parte sanno bene di avere il coltello dalla parte del manico. Le minacce di nuove sanzione sono tenute sotto controllo, grazie ai legami con Cina e Russia, pronte in ogni momento, oggi come in passato, a bloccare ogni proposta occidentale al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Così agli Stati Uniti non resta che agire unilateralmente, come successo giovedì, quando la Banking Committee del Senato americano, ha approvato all’unanimità un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran. La legge votata dal Senato segue di un giorno un’analoga misura votata dalla Commissione Esteri di Capitol Hill, che autorizza sanzioni contro le aziende che forniscono a Teheran petrolio raffinato e mette al bando molte delle attività commerciali tra i due paesi. Un modo per cercare di tenere alta la pressione sull’Iran, ma che è destinato a dare ben pochi frutti. Purtroppo le sanzioni unilaterali non danno risultati apprezzabili dal punto di vista pratico, anche se rappresentano un segnale importante del fatto che Washington non ha intenzione di abbassare la guardia.




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