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Numero 360
del 19/03/2010
La scomparsa di Alda Merini PDF Stampa E-mail
! di Massimiliano Melley
melley@ragionpolitica.it
  
lunedì 02 novembre 2009

In barba alla «vulgata» che vorrebbe la poesia morta e gli italiani disattenti ad essa, in questi giorni il paese si commuove e non per un gol in zona Cesarini o per una storia di provincia a lieto fine, ma per la scomparsa della sua poetessa più grande: Alda Merini, 78 anni, da tempo malata. La conoscevano tutti, chi solo di nome, chi per averla vista in programmi televisivi di successo, chi per averne comprato un libro quando, qualche anno fa, si scatenò un vero «tam tam» su internet: era un periodo di ristrettezza più grave del solito per la Merini, e a qualcuno venne l'idea che il modo migliore per aiutare economicamente uno scrittore fosse acquistare i suoi volumi.

E' raro, nell'Italia di oggi, che il nome d'un poeta sia così noto: la forza straordinaria di una donna anziana è anche questa. Di lei si può parlare sotto diverse prospettive, quella strettamente biografica, quella letteraria. Noi scegliamo di raccontare il suo legame con Milano, che la Merini ha amato e poi odiato continuando ad amarla. La città in cui è nata, in cui ha conosciuto lunghe permanenze in manicomio, in cui è tornata a vivere dopo una parentesi a Taranto, in cui ha trascorso gli anni della rinascita letteraria (dagli anni '80 ha ripreso a scrivere e ad essere pubblicata), è la città che oggi la ringrazia, mettendo a disposizione Palazzo Marino per la camera ardente e poi il Famedio del Monumentale per ricordarla.

Viveva, la Merini, in un quartiere eccezionale della città, il Naviglio davanti casa sua è l'antitesi dell'immagine che si ha di Milano. La Milano indaffarata, frenetica, trafficata, indifferente, laboriosa, post-moderna, con un city-scape sempre più internazionale (i grattacieli) e un mind-scape da sempre cosmopolita, si stempera quando ci si trova a costeggiare a piedi quei due bracci d'acqua artificiali che partono dalla Darsena: dov'è anche tenuto quasi intatto il vicolo in cui andavano le lavandaie a sciacquare i panni, dove ancora le case di ringhiera (a volte senza il bagno negli appartamenti) riportano a una Milano antica, in cui si conoscono tutti nel quartiere, dove il tempo nelle osterie e nei caffè si ferma. La casa della Merini è immersa in questa Milano in bianco e nero. I Navigli a colori non hanno, in effetti, senso. Sono piacevoli durante le serate estive, quando il traffico è vietato e l'acqua dona un po' di fresco, ma sono veramente se stessi d'inverno, d'autunno, quando ancora la nebbia, rara altrove, li sveglia all'alba e li saluta di nuovo a mezzanotte.

E i Navigli (la loro presenza fisica, ma soprattutto l'umanità che qui si dispiega) hanno ispirato l'opera poetica di Alda Merini, fatta di amore carnale per la città, di passione e ricerca di amicizia viva, non di passaggio. Naturale che nel libro Canto Milano, uno degli ultimi pubblicati, la Merini fosse disillusa. «La gente oggi non sogna più», scrive. «Arriva la mattina al lavoro e si trasforma in una macchina di produzione». E ancora: «Milano non è più mia madre / mi è diventata matrigna: / la gente mi ferma solo per dirmi / che mi ha visto alla televisione e nient'altro». Non è un caso che le piacesse, ormai, soprattutto la Milano notturna, quando le luci degli uffici si spengono e una certa magia d'altri tempi è ancora intatta.

Abbandonarsi alla città d'un tempo può essere vista come un'operazione di inutile nostalgia, in un mondo che cambia di continuo. Ma se per un poeta coincide con la perdita di riferimenti profondi, e ciò soprattutto per un poeta molto legato al suo territorio, è comunque un mònito valido per noi tutti, che la città l'abitiamo più prosaicamente. Per non perdere la memoria di un'identità che non sarà più così visibile, ma nelle case basse con le mansarde in vista permane. E anche, almeno da ora, per ricordare una nostra illustre, amatissima concittadina.

Prima, la Merini girava per la città indisturbata. Nessuno (o quasi) la riconosceva, fuori dal suo quartiere. Però la potevi vedere al tavolino di un bar insieme ai suoi fogli di carta. Con l'età e gli acciacchi non usciva quasi più dai Navigli. Ma nella sua casa disordinata era un via vai continuo, perché nella sua immobile tenerezza riusciva a dare molta forza a chiunque la incontrasse. E tutti lo sapevano, molti la cercavano. Lamentava, lei, la fugacità di questi incontri: dichiarò che avrebbe preferito, soprattutto in estate, avere un vicino di casa anziano che restasse in città, così da aver compagnia profonda. Con la semplicità dei grandi artisti dettava poche frasi all'interlocutore di turno, e lasciava così una testimonianza della cui forza lei stessa, forse, non si rendeva conto.

Era amata da tutti, per la capacità di parlare d'amore in ogni sua forma: coniugava quello sacro e quello profano senza però dividere nessuno. Papa Wojtyla teneva un suo libro su Maria sul comodino, allo stesso tempo gli innamorati si sono scambiati e si scambieranno i suoi versi sulla passione amorosa. Non fingeva, la Merini, non giocava su due fronti che sembrano contrapposti: incarnava l'uno e l'altro con naturalezza.

Milano la ricorderà con l'affetto che si usa per le persone speciali. E la sua casa in Ripa Ticinese 47 diverrà forse luogo di «culto civile» - se mi si perdona il termine - per tutti coloro che, in questo 2 novembre 2009 piovoso e in bianco e nero, si sono commossi più del solito per la poetessa che aveva scritto: «Lascerei Milano soltanto per il Paradiso».




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