Come dopo una sconfitta. Rutelli se va, Cacciari lo segue. L'ala centrista e quella laica del Pd scoprono un'insostenibile allergia nei confronti dell'ascesa della vecchia guardia comunista incarnata da Bersani. In una settimana il nuovo segretario ha perso due simboli della storia recente del Pd - così lontani per i loro curricula personali, ma così vicini perché entrambi, da postazioni diverse e con percorsi diversi, si erano avvicinati all'idea di una sinistra alternativa a quella comunista, rossa, socialdemocratica. Un partito post-comunista ritornato all'epoca del centrosinistra, ma senza Prodi e con i partitini-cespugli ormai rinsecchiti. Lo sostiene Cacciari e iniziano a condividerlo in tanti. Come dopo una sconfitta elettorale, inizia un processo interno.
Ma è tutto un controsenso. Bersani ha appena iniziato a muoversi che già deve patire l'addio di grandi personaggi storici della sinistra. Una volta si chiamavano scissioni e si consumavano per astruse argomentazioni ideologiche. Oggi, nell'età della politica personalizzata, l'uscita di un pezzo grosso è un danno d'immagine che costa una buona dote di voti. Non si distinguono più motivi ideologici da motivi personali. Niente più congressi e guerre tra mozioni. La settimana dopo le primarie è stata peggio di una sconfitta elettorale. Dal risorgimento allo sgretolamento. Un partito così democratico come il Pd non è capace di gestire il malcontento, sebbene così intransigente, di alcuni suoi personaggi. Forse non lo vuole, forse non può proprio. E' uno stalinismo morbido: o col capo, Bersani, oppure fuori, purgati dolcemente da una struttura di potere confezionata sulle misure del leader, non delle idee o dei progetti - riesumare un centrosinistra in formato ridotto è forse definibile come progetto? Semmai è un rigetto: della speranza di inventare una formula politica adatta alla realtà, di aggrapparsi ad una formula qualunque, almeno di non estinguersi.
In questo precipitarsi verso il nulla, qualcuno, come Rutelli e Cacciari, decide di aprire il paracadute. E' l'istinto di sopravvivenza personale. Effetto Titanic: la nave del Pd affonda, si salvi chi può. Ma la sinistra? Siamo sicuri che gli elettori del Pd non abbiamo gioiosamente eletto un becchino che porterà il Pd, sempre più disossato di protagonisti e idee, verso il cimitero? In effetti quella B di Bersani suona come Berlusconi e Brezhnev, le colonne di ferro tra cui Bersani, vaso di coccio, dovrà barcamenarsi. Ma la b è anche quella di becchino. Non c'è modo migliore di accettare la propria fine se non quello di rifiutarla con disperata ostinazione. Sarà questo il senso che Bersani aveva usato come slogan per la sua candidatura - «Un senso a questa storia?». Sì, il senso di una tragedia. Altrimenti perché Cacciari avrebbe scelto come suo giorno d'addio al Pd proprio il giorno dei morti?
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