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Numero 355
del 08/02/2010
Dopo la riconferma di Karzai, in Afghanistan servono le riforme PDF Stampa E-mail
! di Daniele Martino
martino@ragionpolitica.it
  
martedì 03 novembre 2009

Nella giornata di lunedì il presidente in carica dell'Afghanistan, Hamid Karzai, è stato riconfermato per un altro mandato senza che si svolgesse il previsto ballottaggio con lo sfidante Abdùllah Abdùllah. La decisione di Abdùllah di non partecipare al secondo turno rappresenta al meglio le difficoltà oggi presenti nel «paese degli aquiloni»: infatti, l'iter elettorale è stato molto travagliato fin dalla prima tornata di votazioni dello scorso 20 agosto, quando, dopo un lungo conteggio delle schede ed il successivo intervento della commissione elettorale centrale, Karzai fu inizialmente proclamato presidente per poi essere costretto a partecipare al ballottaggio del 7 novembre, che invece non sarà effettuato. Allo stato dei fatti, l'unico elemento di certezza è che Hamid Karzai è ancora il presidente dell'Afghanistan. Tuttavia, se la guida dell'esecutivo rimane la stessa, altrettanto non si può dire del futuro governo, in una prospettiva che da un lato punta ad allargare la rappresentanza nell'esecutivo di Kabul, esulando dalle scelte a sola logica di affiliazione personale, e dall'altro intende rafforzare la credibilità di Karzai, che negli ultimi tempi è stata più volte messa in discussione.

In Afghanistan occorre rapidamente un cambio di rotta, sia sul fronte dello sviluppo delle forze armate, sia nella lotta alla corruzione; questo è l'orientamento che oramai vede uniti tutti i principali protagonisti internazionali, dalle Nazioni Unite all'Unione Europea, dagli Stati Uniti all'Italia. In totale sintonia con gli altri partner occidentali è la posizione del governo Berlusconi: il ministro degli Esteri Franco Frattini, oltre alle «sentite congratulazioni» per la riconferma di Hamid Karzai, ha infatti auspicato «un piano concreto per il popolo afghano» ribadendo la necessità che si proceda nella direzione delle riforme, in uno scenario in cui la comunità internazionale e l'Italia «saranno al fianco di Karzai per realizzarle».

Le riforme di cui si parla per uno sviluppo sempre più autonomo dell'Afghanistan convergono su un punto comune: costruire una struttura statale. L'onere principale per arrivare a questo obiettivo grava sulle spalle degli Stati Uniti: le incomprensioni tra il presidente Obama e il comandante in capo in Afghanistan, Stanley McChrystal, sono il segnale di come a Washington si valuti la questione in maniera estremamente delicata. La richiesta di McCrystal per un surge di 21 mila uomini nel paese è suonato come una presa d'atto che solo le truppe Usa possono garantire una minima condizione di sicurezza, mentre i reparti militari afghani ora presenti non sono in grado di farlo. Al contingente straordinario di 21 mila uomini si è affiancata inoltre l'ipotesi di un ulteriore invio di truppe per un totale di 44 mila effettivi in più rispetto allo scorso anno. Di fronte a questa esigenza crescente di sicurezza, è evidente che parte dei compiti logistici e militari sul territorio debba essere svolta dalle forze afghane.

Tuttavia, il problema non è solo numerico, ma riguarda anche la qualità dell'addestramento: se nominalmente i soldati afghani oggi sono 90 mila, secondo il comando Usa nel paese solo 45 mila «can sustain a fight», possono cioè sostenere un'azione bellica. Gli inequivocabili reports dei generali statunitensi danno quindi l'idea dell'impreparazione complessiva di tutta la macchina politico-militare dell'Afghanistan: non bastano le istituzioni, occorre che funzionino. Il rischio generale è di replicare una situazione simile a quella bosniaca, in cui sono occorsi più di dieci anni dalla fine di ogni ostilità (l'accordo di Dayton nel '95) per consentire una minima autonomia della Bosnia.

In Afghanistan la situazione è ancora più rischiosa poiché all'inefficienza dello Stato si somma la forte ed organizzata offensiva dei terroristi, con gli attacchi che non accennano a diminuire. Nelle parole delle gerarchie militari Usa è necessario che «si possa sviluppare un esercito in futuro autonomo dagli Stati Uniti», che testualmente «non perda truppe alla velocità con cui esse vengono addestrate». Tutto ciò è dovuto al fatto che la sola presenza dell'esercito non è sufficiente a garantire uno Stato funzionante se non è affiancata da una struttura politico-burocratica efficiente. È questo l'obiettivo sicuramente più ambizioso ma al contempo più necessario: il cambio di rotta su questo frangente è da effettuare in tempi rapidi, nell'ordine massimo di 3/6 mesi, e si basa sull'imperativo di arrestare la corruzione dilagante, che è aumentata in maniera esponenziale soprattutto negli ultimi due anni della presidenza Karzai, gettando molto ombre sul capo del governo afghano.

Si tratta di un percorso difficile, anche in considerazione della dinamica elettorale, che ha reso palesi le notevoli anomalie e i pesanti ritardi della politica afghana. Tuttavia, a differenza del passato, oggi si registra una totale identità di vedute sull'Afghanistan in chiave internazionale, con una necessità di sicurezza che è fondamentale anche per l'Iran e soprattuto per il Pakistan, pena lo squilibrio di tutta la regione. Conseguenza di ciò è che Karzai dovrà compiere scelte avvedute e coerenti con gli orientamenti internazionali nella composizione dell'esecutivo, consapevole che la gestione della attività politica negli ultimi due anni è stata inferiore alle aspettative. L'Afghanistan ha bisogno di riforme e di cambiamenti. Si parte dalla formazione del governo Karzai.




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