Jowhar, Somalia, 90 chilometri a nord di Mogadiscio: da mesi è in mano agli shabaab, le milizie integraliste legate al terrorismo islamico internazionale che non riconoscono il governo di transizione e che controllano numerose città da quando quasi un anno fa le truppe etiopi di sostegno alle autorità somale hanno lasciato il paese. Per strada gioca al pallone un gruppo di ragazzini tra i 10 e i 15 anni: nessuno di loro conosce tempi di pace perché sono nati tutti dopo l'inizio della guerra tra clan scoppiata nel 1991, all'indomani della sconfitta e dell'esilio di Siad Barre, il dittatore che fino ad allora aveva tenuto insieme il paese con mano dura e abile.
Gli shabaab li arrestano e li consegnano a un tribunale islamico che, per il reato di aver giocato al pallone, condanna ciascuno di loro a 38 colpi di frusta. La sentenza viene eseguita in pubblico. Nel sud, nella città portuale di Merca, anch'essa controllata dalle milizie integraliste antigovernative, da ottobre gli uomini hanno l'ordine di lasciarsi crescere la barba. Le donne, qui come in altre località, sono obbligate a portare soltanto un certo tipo di reggiseno ritenuto consono alle norme islamiche in fatto di abbigliamento. I ladri subiscono l'amputazione di un braccio e di un piede, l'adulterio femminile viene punito con la lapidazione: il primo caso forse risale all'ottobre del 2008 quando a Chisimaio fu giustiziata, sempre in uno stadio, una ragazzina di 13 anni appena.
Tutto questo succede in un paese in macerie, rovinato da 18 anni, quasi 19 di guerra, ai danni immensi della quale si aggiungono quelli causati dalle frequenti carestie dovute ora a siccità ora a eccesso di piogge: due fenomeni atmosferici ricorrenti dagli effetti catastrofici per la maggior parte degli africani che non dispongono dei più elementari sistemi di controllo delle acque piovane. Il risultato è che centinaia di migliaia di somali non hanno nemmeno un tetto vero e proprio sotto cui ripararsi e che milioni dipendono dall'assistenza internazionale per cibo, medicinali e indumenti essenziali.
Le Nazioni Unite calcolano 19.000 nuovi profughi soltanto tra settembre e ottobre, due terzi dei quali provenienti dalla capitale, e alcune centinaia di migliaia dall'inizio dell'anno. La maggior parte di essi, nel darsi alla fuga, si dirige verso sud, alla volta del vicino Kenya, ammassandosi in campi di raccolta ormai da tempo più che saturi; altri, a decine di migliaia, tentano la traversata del golfo di Aden per raggiungere lo Yemen: la rotta migratoria più pericolosa del mondo, lungo la quale negli ultimi dieci mesi sono già morte più di 400 persone su un totale di circa 56.000 emigranti traghettati.
Non si riesce a capire come, in tanta desolazione e urgenza di iniziative costruttive, venga in mente di punire dei ragazzini che giocano, invece di sorridere allo spettacolo della loro gioia di vivere, malgrado tutto, e rallegrarsi del loro piccolo piacere, del momentaneo sollievo che ne ricavano dal peso di un'esistenza costantemente minacciata. Né come si ritenga prioritario nell'interesse e a beneficio dei singoli e della collettività proibire agli uomini di radersi la barba e alle donne di indossare reggiseni non «ortodossi».
Voci più sagge chiedono una tregua: gli anziani del clan Ahlu al sunna wa al Jamaa lo hanno fatto all'inizio di novembre a nome della popolazione stremata dalle violenze. Il governo propone il dialogo agli avversari e reclama fondi internazionali. I movimenti antigovernativi si dicono pronti a trattare, ma attraverso la legge islamica e a condizione che i militari stranieri della forza di pace dell'Unione Africana lascino il paese.
Le ragioni profonde, originarie del conflitto si perdono di vista, ma restano, fondamentali e immutate. Merita ricordarle, mirabilmente sintetizzate nelle parole di raccomandazione rivolte da un anziano del clan Daarood alla figlia: "...i tuoi fratelli di sangue e te contro i tuoi fratellastri. I tuoi fratelli e fratellastri e te contro i tuoi cugini. Il tuo clan contro gli altri clan. La tua tribù contro le altre tribù" (da Waris Dirie, Alba nel deserto).
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