freccia_long
Numero 355
del 08/02/2010
Ecco dove porta il laicismo PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
giovedì 05 novembre 2009

L'articolo di Gianteo Bordero sulla sciagurata sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocifisso nelle aule è illuminante su un «dettaglio» che non è proprio uguale a zero: il cristianesimo non è né una religione, né una dottrina, ma un fatto. A un certo punto della storia, un uomo si è detto Dio. E questo fatto ha cambiato le sorti del mondo. Punto. Ora, che questo nodo non sia mai stato sciolto fino in fondo dai laicisti totalitari è anche questo un fatto. In questo caso, si tratta di uno di quei fatti che ha cambiato e continua a cambiare la storia, ma in peggio. A parer nostro, almeno. Allarghiamo l'orizzonte: non solo a parere di noi credenti, ma anche secondo laiconi di razza, il che dovrebbe far riflettere i nuovi giacobini.

Sia come sia, vale la pena approfondire un punto, che il cristianesimo come fatto rilancia. Se esiste un fatto in gioco, vuol dire che si tratta di una realtà generativa, in grado di suscitare la tradizione di un popolo e di attrarre, almeno sul piano intellettuale, anche chi non aderisca più o non abbia mai aderito a siffatta tradizione. Questa si chiama universalità, ovvero «cattolicità». Dunque, questa fede ha valenza universale ed ha costruito un paio di millenni di civiltà niente male, tutto sommato.

Bene, allora perché mai un simbolo come il crocifisso - e simbolo vuol dire «ciò che tiene insieme» - deve essere sottratto all'attenzione non tanto di chi crede, ma anche di chi o non crede o ha genitori che non credono? Questo argomento, in tempi non sospetti, in cui perfino il PCI difendeva la famiglia e Amendola sparava a zero contro i giovanotti libertari anticlericali e antifamilisti, l'aveva scritto, con note di intensità giustamente riproposte dalla rivista Liberal alcuni anni fa, Elsa Morante. Lo dicevano Pierpaolo Pasolini, Volponi, fior di comunisti, laici agnostici e massoni come lo storico Moulin, autore di uno splendido saggio autobiografico sul suo percorso culturale e spirituale. Dunque, niente di nuovo sotto il sole. Come nel caso delle radici cristiane, siamo appena al di sopra della soglia della banalità. Ma il punto è proprio questo: perché, oggi, queste banalità, luoghi comuni nel senso positivo del termine, cioè momenti unificanti di una civiltà, diventano smoking gun per abbattere i popoli? Questa è la vera domanda.

E' abnorme che Emma Bonino e il giurista Michele Ainis, quest'ultimo sulle colonne di un giornalone neoborghese e laicista come La Stampa, non colgano questo elemento. La prima sostiene - questa sì che è una banalità! - che i luoghi pubblici siano di tutti, ergo, per farli essere ancora più di tutti, occorre togliere quel che divide, cioè il crocifisso. Come se le persone vivessero in luoghi appartati o negli spazi pneumatici della fantasmagoria di un gruppone di laicisti. Ainis sostiene che nessuna legge della Repubblica italiana prevede la presenza del crocifisso in aula. Risposta: e allora? Da buon giurista, il professore dovrebbe sapere che se non c'è norma che consenta, ciò non equivale a sostenere che vi sia, di contro, norma che si opponga. Dunque, che anche un tribunale ha i suoi valori e fa le sue scelte in base a certi valori e che non è detto che questi valori siano calati dall'alto come le visioni degli aruspici nella mitologia pagana. Domandiamoci, allora: a quali valori, questi tribunali fanno riferimento? Perché non esiste diritto astratto e puro, ormai non ci crede più nessuno, e il proceduralismo formale-giuridico intoppa sempre in qualche impaccio di troppo che cerca di superare tramite cavilli e brocardi.

Dunque: di che si tratta? Si tratta di un metodo che definirei della «creazione di valori da parte dello Stato». Il Leviatano, il «deus mortalis», nella filosofia politica di Thomas Hobbes, afferma una solenne verità: «Auctoritas, non veritas facit legem». Il che, tradotto, significa: non esiste la verità tramandata di padre in figlio e la verità metafisica, umana, sociale, esiste soltanto la volontà assoluta dello Stato e dunque del Sovrano che impone i canoni e criteri di regolamentazione della vita pubblica, perfino esautorando le tradizioni umane, metafisiche e religiose. Lo Stato «crea» la realtà umana e i suoi valori, il resto ne dipende. Tradotto ancora nell'attualità: la Corte di Strasburgo «crea» la realtà umana, attraverso le procedure formali, e nessuno può permettersi di negare questa nuova e più alta «verità». Ma le tradizioni, come insegna il diritto romano, i mores, vengono prima delle leggi e le leggi sono soltanto chiamate a codificarli, salvo ciò che vada espressamente contro la libertà e la dignità dell'uomo (nel '900, la ripresa di questa visione la dobbiamo ad un giurista non a caso negletto in Italia, Bruno Leoni. Ma potrei anche ricordare Chesterton e Belloc). Il che non mi pare il caso né del cristianesimo, né del simbolo del crocifisso.

Se poi andiamo a vedere, come fa la Bonino, l'efferatezza delle tradizioni, allora non mi pare proprio che il giacobinismo e l'individualismo illuminista abbiano molte carte da giocare sul tavolo della storia. Ricordo soltanto la Vandea e mi fermo. Perfino un autore non certamente cattolico e non progressista, ma sicuramente laico ed agnostico, come Drieu la Rochelle, scrisse un limpido pamphlet sul giacobinismo come matrice di ogni totalitarismo. Si licet parva componere magnis... La libertà è uguale per tutti, ma per qualcuno è più uguale che per altri.




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