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Numero 460
del 03/02/2012
Democratici sconfitti dai Repubblicani in New Jersey e Virginia PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
giovedì 05 novembre 2009

La strategia adottata in questi giorni dalla Casa Bianca è quella di ignorare del tutto i risultati delle elezioni tenutesi martedì, nelle quali i candidati Democratici alla carica di governatore del New Jersey e della Virginia, Jon Corzine e Creigh Deeds, sono stati sconfitti dagli avversari Repubblicani, Chris Christie e Bob McDonnell. Già nelle ultime ore prima del voto, per mezzo dei portavoce ufficiali e di alcuni stretti collaboratori, probabilmente in odore di una sempre più probabile disfatta, il governo Obama era corso ai ripari dichiarando più volte che, in ogni caso, non si sarebbe trattato di un «referendum sul presidente». Nelle ore successive al conteggio dei voti, Robert Gibbs, addetto stampa della Casa Bianca, ha affermato che Obama, al posto di seguire lo spoglio delle schede, abbia preferito seguire altro in televisione (secondo alcuni, un incontro di pallacanestro, secondo altri, il documentario HBO «By The People», dedicato alla sua ascesa politica). Affermazioni che vogliono sottolineare la scarsa attenzione riservata dal presidente nei riguardi della tornata elettorale, nonché ovviamente ridurre notevolmente la portata del suo esito e delle sue conseguenze politiche.

Lo stesso Obama, incontrando i reporter, ha accuratamente evitato ogni domanda relativa a quanto avvenuto martedì in New Jersey, Virginia e in numerose città americane. La Speaker of the House Nancy Pelosi, non nuova a dichiarazioni ad effetto, si è persino azzardata ad affermare che, dalla sua prospettiva - ovvero non considerando le corse per la carica da governatore nei due Stati, ma esclusivamente quella del Distretto 23 di New York per il Congresso - i risultati elettorali sono considerabili come «una vittoria dei Democratici». Minimizzare, affidarsi allo spin e agli equilibrismi politici, o più semplicemente fare finta di nulla, come stanno facendo i vertici del partito al potere, non cancella tuttavia la cocente sconfitta, conseguita in due Stati conquistati dai Democratici alle presidenziali dello scorso anno, nei quali, nelle ultime settimane, il presidente Obama aveva partecipato attivamente alla campagna elettorale, con interventi e raccolte fondi, esponendosi in prima persona. Ma non riuscendo, con il suo solo carisma, a far eleggere i due candidati da lui sostenuti, che speravano di poter cavalcare ancora il vento favorevole del 2008.

La linea di difesa ufficiale del partito del presidente, ovvero che le elezioni non sono considerabili come un referendum su Obama, non è del tutto priva di fondamento. Come dimostrato dagli exit poll in New Jersey e Virginia, l'inquilino della Casa Bianca gode ancora di una discreta popolarità tra gli elettori dei due Stati, dichiaratisi invece più preoccupati dalla situazione in cui versa l'economia. Tuttavia, a tal proposito, l'esperto Ed Goeas nota che il risultato elettorale, pur non essendo interpretabile come «un referendum sul presidente Obama a livello personale», risulta essere comunque un «ripudio dell'agenda Democratica contraddistinta da grande spesa pubblica e massiccio intervento governativo». Più che una bocciatura della figura del presidente, insomma, un secco rifiuto delle sue idee, con conseguente affermazione delle posizioni conservatrici: «la lezione del 2010 non è che le idee conservatrici stiano risorgendo, o che Obama abbia perso il suo charme», ha scritto il quotidiano San Francisco Examiner, «piuttosto, è che le idee conservatrici non sono mai morte, e che la vittoria di Obama del 2008 era un trionfo dell'immagine sui contenuti». Un segnale d'allarme impossibile da ignorare, che deve obbligatoriamente preoccupare, oltre che l'amministrazione, autrice di uno dei più grandi interventi statali nell'economia mai eseguiti (il famigerato progetto di stimolo), anche la maggioranza al Congresso, specialmente in vista delle elezioni di medio termine del 2010.

Per il fronte repubblicano, agonizzante fino a pochi mesi or sono, tuttora alla ricerca di una guida carismatica, un successo importante, che dona vigore e speranze in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali. L'euforia e il trionfalismo di queste ore, tuttavia, non bastano a nascondere le difficoltà che i Repubblicani devono affrontare nel prossimo futuro, a cominciare dalla frattura tra anima moderata e anima conservatrice del partito. Sebbene la battaglia per il Distretto 23 di New York sia stata trasformata dai media - e dai Democratici, ovviamente intenzionati a soffiare sul fuoco - in una «soap opera di epiche proporzioni», come ha scritto la giornalista Dana Loesch, enfatizzando lo scontro tra Doug Hoffman, appoggiato dai conservatori più intransigenti, e Dede Scozzafava, preferita dai centristi, è innegabile che le divisioni tra i due fronti - la cosiddetta «schizofrenia repubblicana» - siano tutto fuorché risolte. Attivisti appartenenti alla destra del partito, frequentatori dei «tea party» e seguaci dei controversi personaggi come i presentatori televisivi e radiofonici Glenn Beck e Rush Limbaugh, galvanizzati da quanto avvenuto a New York (ovvero il ritiro dalla corsa della candidata centrista), hanno già lanciato la sfida all'establishment repubblicano su scala nazionale, in Florida, California, Illinois, pronti a dare battaglia ai candidati da loro giudicati «troppo moderati» o non abbastanza vicini ai loro valori. Per il partito di opposizione, desideroso di riprendere il controllo del Congresso, un serio problema interno. Se non risolto, la «rinascita repubblicana», come definita dal capo del Republican National Committe Michael Steele, inaugurata con le vittorie in New Jersey e Virginia, rischierebbe infatti di avere breve durata.




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