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Numero 462
del 11/02/2012
La sinistra dopo il crollo del Muro PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
venerdì 06 novembre 2009

Il sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard si domandava, mentre i berlinesi abbattevano a colpi di piccone il Muro che aveva diviso destini un tempo comuni e creato separazioni ideologiche gigantesche in Occidente, se ancora vi fosse spazio per l'Evento unico, «miracoloso», l'eccezionalità assoluta, storicamente evidente e palpabile, tangibile, decisiva. La sua risposta era negativa: no, non esiste più questo tipo di Evento. C'è solo il contemporaneo, che agisce anche quando le cose appaiono eccezionali. Come nel caso del crollo del Muro di Berlino. Altra è, invece, l'idea di Angela Merkel, formatasi al di là della Cortina, nella DDR. Secondo la Cancelliera, il crollo di quel Muro ha reso evidente al mondo che tutto può accadere, può essere possibile e realizzabile nella storia.

Con gli occhi di un osservatore geopolitico, ci accorgiamo che abbiamo davanti a noi ancora un fronte che, durante il pre-crollo del Muro, svolse un ruolo significativo nel dissestamento del mondo comunista: l'Afghanistan. Nel ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra nel «paese degli aquiloni». L'Afghanistan è un paese che indirettamente contribuì al crollo della Cortina di ferro. Negli anni Ottanta, i mujaheddin afghani combatterono il jihad antisovietico proprio come oggi le forze della coalizione occidentale danno battaglia ai Talebani e ad Al Qaeda. Nel febbraio del 1989, dopo una ritirata lunga, dolorosa e umiliante, gli ultimi militari sovietici uscirono dall'Afghanistan, pochi mesi prima dell'implosione del sistema sovietico. Senza quella sconfitta, oggi forse non potremmo festeggiare i vent'anni dalla fine della guerra fredda e l'Europa unita. Ma oggi l'Afghanistan determina ancora una volta il nostro futuro. E, paradossalmente, il cimitero di una superpotenza è diventato il campo di battaglia dell'altra, gli USA, che finanziarono i mujaheddin insieme ai sauditi e che hanno usato questo paese così ostile per sconfiggere l'Unione Sovietica. Oggi il mondo è in pieno caos. Un caos nel quale dobbiamo imparare a vivere sempre più comodamente, mentre, ancora ai tempi di Reagan, la «complessità» sembrava potesse essere in qualche modo governata. Ecco, questo è il contesto geopolitico e storico-antropologico che contiene il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.

Ma vi è da analizzare anche lo sgretolamento della sinistra mondiale. Crollato il Muro, negli USA si è avuto il ciclo degli anni '90 tutto all'insegna del progressismo del «nuovo ordine mondiale» di Bill Clinton. Le cause della rottura dell'ordine internazionale si devono all'utopismo radical-liberista dei liberal. Clinton è stato l'ideologo di punta della finanziarizzazione selvaggia e della guerra preventiva. Nonché della dismissione di fatto dell'etica politica fondata sulla funzione del government. Non il neoliberismo repubblicano e conservatore di Bush, che, alla resa dei conti, era un «conservatorismo compassionevole». In Inghilterra, abbiamo avuto Blair e il suo liberismo social-modernizzatore, che ha reso il volano thatcheriano la macchina riformatrice per una società dei meriti e dei bisogni.

Si tratta di due volti del mondo liberal e di sinistra, una sinistra occidentale e globalizzatrice, che non ha confronti con quella europea continentale e in particolare con quella italiana. Quest'ultima, infatti, nella versione post-comunista, è rimasta prigioniera del «senno del post» ed ha cominciato a scavalcare con furore ideologico ogni tradizione del movimento operaio e del socialismo riformista, per approdare ad un vuoto contenitore che don Gianni Baget Bozzo definì genialmente «partito radicale di massa». Un mix di laicismo fuori tempo massimo e liberismo maldigerito e trangugiato come uno sciroppo per la tosse sotto forma di «mercatismo», la versione deterministica ed applicata alla finanza ed all'economia del materialismo storico. Il comunismo finisce e i comunisti italiani perdono la più grande occasione storica per riaprire le frontiere della storia, oltre la loro storia di condizionamenti, dovuti al legame con l'URSS, che finanziava lautamente e in moneta sonante la megastruttura del partito, in Italia. Un paradosso storico-culturale che affonda le sue radici in un'antropologia elitaria ai limiti del razzismo etico, in uno gnosticismo di massa che gli intellettuali comunisti hanno propagato e propalato per decenni. Sulle ceneri del Muro è morto anche Craxi, vittima della violenza ideologica e giacobina di Tangentopoli, l'esito elitario e confindustrial-tecnocratico della fine della guerra fredda. Anche su questo punto ancora molta buona analisi deve essere esercitata e soprattutto molta altra storia deve circolare. L'ultima fase della storia dei post-comunisti, il crollo del Pd, l'Ulivo incompiuto che non ha mai prodotto l'olio buono della politica e delle riforme. Ma questo è il presente. Un presente da conquistare per tornare alla politica.




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Commenti (1)
1. 10-11-2009 21:46
Il grande disegno
Ho un grande dubbio; 
Il Muro cade nel 1989. 
In Italia,nei primi anni novanta, si apre la strada con l'abolizione dell'immunità parlamentare. 
Subito dopo scoppia tangentopoli e con tangentopoli vengono spazzati via tutti i partiti di governo d'allora e, con la strada aperta, condannati quasi tutti i parlamentari di riferimento. 
Tutti questi fatti sono soltanto una coincidenza, oppure è un grande disegno, non riuscito fino in fondo, grazie alla discesa in campo di Berlusconi?
Scritto da Ilarioantonio

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