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Numero 462
del 11/02/2012
La vittoria di Reagan PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
venerdì 06 novembre 2009

Il 9 Novembre 1989 Ronald Reagan, benemerito Presidente degli Stati Uniti, vinse la Guerra Fredda. E, contrariamente a quanto affermano mestatori e apologeti del Gorbaciov-pensiero, la vinse da solo. Forte di una convinzione per la quale fu più volte accusato dai suoi detrattori di essere «matto col botto»: «Una nazione ove si contano i fogli per le fotocopiatrici non reggerà mai il confronto con l'Occidente». Aveva perfettamente ragione. La cosiddetta «perestroika» non fu un moto spontaneo generatosi autonomamente in seno al Pcus diretto da Gorbaciov: fu semplicemente l'ultimo tentativo, l'ultima reazione improntata al soft-power per cercare di rappezzare malamente le innumerevoli falle che tarlavano, ormai irreparabilmente, la cortina di ferro.

Ronald Reagan spinse con consumato talento da pugile professionista il Politburo all'angolo, e lo costrinse a gettare la spugna. Forte di un consenso popolare ineguagliato, dovuto oltre che al suo inarrivabile carisma («il grande comunicatore», così lo chiamavano anche gli avversari) alle sue accorte scelte di politica economica (vale qui la pena ricordare l'abolizione delle imposte dirette) che rilanciarono l'economia statunitense in pesante stagnazione dopo la pessima presidenza Carter. La corsa agli armamenti fu uno dei suoi cavalli di battaglia: oltre a ridimensionare il tasso di disoccupazione degli Usa, costrinse la Russia a sforzi inimmaginabili ed estenuanti per cercare, vanamente, di mantenere il passo. Brillante una volta di più fu l'idea tutta reaganiana di gettare sul tavolo, con vero piglio da cowboy, la carta dello «scudo stellare», arma di difesa strategica che avrebbe di fatto vanificato la possibilità per l'Urss di avvalersi del «first strike» nucleare. Dello «scudo» poi non se ne fece nulla, ma la semplice idea fece venire la sincope al direttorio Pcusoro non ce l'avrebbero mai fatta.

Reagan senza sparare un colpo aveva strappato gli artigli al grande orso rosso. Vaniloqui senza significato apparivano all'alba del 1989 le bellicose dichiarazioni di Breznev: «Vi seppelliremo!» aveva tuonato il Primo Segretario Leonid, sulla cui effettiva data di morte tutt'oggi si specula, e invece chi si ritrovò seppellito fu proprio il gigante dai piedi d'argilla, la Grande Russia che faceva tremare il mondo al suono dei suoi titanici razzi.

Certo, Reagan non fu solo l'uomo giusto, ma agì anche nel momento giusto: come ben sottolinea Luttwak ne «La grande strategia dell'Impero Sovietico», l'unico collante che ancora teneva assieme l'Urss era l'idea ancora viva, diffusa e tangibile nei primi anni'80 di essere una potenza imperiale, espansionista, che, inevitabilmente, sarebbe arrivata allo scontro frontale con l'Occidente e lo avrebbe travolto. Per questa ragione l'intero globo era infestato da agenti e consulenti militari russi, dal Sud America all'Africa fino all'estremo oriente.

Lo sfacelo dell'Armata Rossa in Afghanistan fu il primo segno evidente che l'Urss non era più una potenza imperiale: il mito stava crollando. Ai poveri Russi non era più rimasto nulla: svanito l'orgoglio nazionalista, ultimo baluardo che ancora faceva loro sopportare un'esistenza infame, l'erosione era inevitabile. Ma l'involucro ormai vuoto della «tigre di carta» sarebbe sopravvissuto a se stesso forse ancora per mezzo secolo, se Reagan non lo avesse messo ai punti.

Certo, ancora oggi una punta di nostalgia per quel mondo diviso in blocchi forse permane, per noi che siamo nati a metà degli anni '70. Nella sua drammaticità e nell'incombenza tutt'altro che fantasiosa di un terzo conflitto mondiale, le cose apparivano con una nettezza ed una chiarezza che oggidì pare impensabile. Ad oggi possiamo dirlo: c'era una sorta di latente poesia in quella Guerra ideologica prima ancora che tecnologica che grazie a Dio non sfociò mai in conflitto armato. C'era un senso di appartenenza e una vitalità nel confronto oggi impensabile. Forse perché al di là del feticismo verso un simbolo ormai vuoto, i comunisti di oggi nulla hanno a che spartire con quelli di allora...




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