freccia_long
Numero 360
del 19/03/2010
Perché il mondo arabo non è libero PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 07 novembre 2009

Autore: Moustapha Safouan safouan.jpg
Editore: Spirali
Prezzo: 30 €
Pagine: 199

 

Per sconfiggere il terrorismo occorre mettere fine ai regimi dispotici del mondo arabo e per farlo bisogna conoscere a fondo e quindi indebolire gli strumenti di cui essi si servono per esercitare un potere assoluto: corruzione, repressione e censura. Fuori dal coro che attribuisce all'Occidente la responsabilità della nascita di Al Qaeda e delle altre organizzazioni terroristiche sorte all'interno del mondo arabo-islamico, Moustapha Safouan, psicanalista lacaniano di origine egiziana e tra i maggiori studiosi francesi contemporanei, analizza la struttura del potere assoluto nei paesi arabi in un libro intitolato Perché il mondo arabo non è libero. Politica della scrittura e terrorismo religioso.

«Corruzione» significa che chi gode del potere assoluto detiene per questo la libera disposizione della ricchezza del proprio paese: in ciò non si vede un atto riprovevole, ma al contrario l'attributo naturale del regime. Significa anche che è il dittatore a nominare gli addetti all'apparato amministrativo: quindi il corpo amministrativo tiene a lui come alla propria esistenza e, di fatto, «il regime del potere assoluto si può definire il regno di un apparato amministrativo, fabbrica di despoti», disposto a difendere il «bottino», ovvero le cariche acquisite e le risorse che ne derivano, reprimendo con una ferocia senza limiti ogni tentativo di disputarglielo.

Ma la repressione, dimensione intrinseca del potere assoluto, non è soltanto reazionaria - osserva Safouan - bensì permanente e onnipresente. Ogni cittadino infatti «sa che niente sarà realizzato se prima non si è fatta domanda all'amministrazione, che decide»: nulla si può fare senza l'autorizzazione dello Stato, senza la quale ogni azione, benché utile e benefica, viene per ciò stesso considerata un grave atto di delinquenza.

Infine vi è la censura, che in un regime dispotico è molto più che il mero controllo sui mezzi di comunicazione di massa. Certo la parola libera viene punita severamente, in modo esemplare. Ma, prima ancora, è la divisione tra lingua parlata e lingua scritta, quest'ultima resa inaccessibile ai più, a costituire strumento di potere assoluto imponendo una censura «non dichiarata e massiccia che abolisce ogni pensiero nei sudditi». La loro esclusione dalla parola scritta è tanto più radicale ed efficace se, come avviene nel mondo arabo islamico, questa divisione coincide con una separazione tra lingua «grammaticale» (per usare l'espressione di Dante) e lingua materna, «volgare». La distanza tra l'arabo classico e l'arabo, ad esempio, egiziano, tunisino, marocchino, è la stessa che separava un tempo il latino, usato dalle gerarchie politiche ed ecclesiastiche, dalle lingue romanze parlate dalle masse europee analfabete e ritenute inadatte a esprimere idee elevate, concetti profondi e sentimenti sublimi. In più l'arabo classico è sacralizzato dal fatto di essere la lingua del Corano, della rivelazione divina.

L'evoluzione democratica, ma anche i progressi scientifici e lo sviluppo economico dell'Europa, ripercorsi da Safouan nel mirabile capitolo intitolato I fattori della dominazione occidentale, procedono anche, essenzialmente, dal superamento di questa barriera linguistica che ha consentito la nascita di una società civile grazie alla diffusione delle conoscenze e alla trasmissione del pensiero. Così non è stato finora nei paesi arabi: «Finché durerà la sacralizzazione dell'arabo con cui impariamo a scrivere - sostiene Safouan - resteremo nell'impossibilità di rivedere i concetti che regolano la nostra esistenza e che passano per evidenze o per cose che fanno parte dell'ordine naturale. Finché durerà il disprezzo della lingua materna come lingua inadatta al pensiero, il popolo non potrà che rassegnarsi».

Non soltanto i regimi dispotici non verranno abbattuti, e continueranno a reggersi sull'impostura di essere rappresentanti di Dio, ma - conclude Safouan - senza un riorientamento politico e culturale del mondo arabo, la differenza di filosofia politica tra Occidente e mondo musulmano «rischia di degenerare in uno "scontro di civiltà", anzi in crociate».




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