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Numero 475
del 15/05/2012
Storia di Craxi PDF Stampa E-mail
! di Umberto Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
sabato 07 novembre 2009

Autore: Ugo Finetti storia_bettinocraxi.jpg
Editore: Boroli
Prezzo: 14 €
Pagine: 160

 

Non è facile il compito che si è dato Ugo Finetti firmando, per l'editore Boroli, Storia di Craxi. Miti e realtà della sinistra italiana. Il libro parte da un dato di realtà ineludibile: nonostante la progressiva e sempre più significativa rivalutazione politica della figura di Craxi, la storiografia dominante, sia quella di matrice comunista che socialista, lo giudica «con un voto molto negativo». L'autore chiama in causa storici affermati come Giardina, Sabbatucci, Vidotto, Degl'Innocenti, Colarizi. E oppone loro l'eterno controcorrente, Renzo De Felice, che nel 1995 scriveva: «I socialisti nel bene e nel male hanno avuto una funzione culturale solo con Craxi. Prima non esistevano». Finetti - date, avvenimenti e documenti alla mano - confuta i grandi inganni con cui è stata infangata la memoria politica di Craxi e del socialismo riformista craxiano.

Scrivere di Craxi eludendo il «giovane Craxi» non sarebbe possibile. E così l'autore richiama la vicenda appassionante dell'UNURI (Unione rappresentativa degli universitari italiani). Ma prima Finetti libera Rodolfo Morandi, lo storico dirigente PSI, dall'etichetta di filo-stalinista: «In verità gli uomini di fiducia di Stalin e del PCUS sono sempre stati Pietro Nenni per il PSI e Palmiro Togliatti per il PCI». Anzi. Finetti ricorda come già in occasione del congresso del partito del 1955 egli «avesse caldeggiato una politica socialista verso i democristiani già in direzione autonoma sul piano propositivo e dell'iniziativa parlamentare ovvero - questa la formula di Morandi - secondo "una sempre più spiccata individualità" del PSI».

Secondo Finetti, per indagare a fondo la storia di Craxi occorre anzitutto capire fino in fondo la generazione del 1956 che - anche se non citata dall'autore - è pur sempre la generazione scossa dalla rivoluzione di Budapest. L'effetto emozionale dei moti d'Ungheria, repressi con pugno di ferro dai sovietici, è ben rappresentato dalla viva voce di Craxi nel film La mia vita è stata una corsa di Paolo Pizzolante. Per Craxi «il popolo ungherese si batteva per la libertà, i carri armati sovietici schiacciavano gli ungheresi e noi, che stavamo dalla parte della libertà diventammo anticomunisti».

Particolarmente riuscito è il capitolo sul primo successo di Craxi: «Milano, il laboratorio riformista». Il giovane Benedetto parte dalla Stalingrado d'Italia, Sesto San Giovanni, dove tempra il proprio anticomunismo e dove la «cura Craxi» dà i suoi frutti: il partito sale dal 12,2% al 14,63%. Vinta con successo la prova di Sesto, è la volta di Milano. Una prova difficile per Bettino, che non può contare sull'amico Mazzali ormai malato. Il suzzarese sarà però geniale autore della campagna elettorale dei socialisti milanesi. Lo slogan d'apertura - come annota Finetti - è suo: «A novembre Milano socialista e in Italia sarà primavera». Eletto consigliere comunale ed entrato in giunta alla fine del '60, Craxi è estromesso dal Comitato centrale nel quale rientrerà nel 1963. Nel laboratorio Milano, puntando sulle divisioni interne alla DC, lavorerà per un primo esperimento di centro-sinistra. E giungerà poi alla segreteria della federazione meneghina.

Arriva il '68 e Nenni viene definito «fascista», mentre Craxi soltanto - si fa per dire - «socialtraditore». Finetti scrive che Bettino è in quel tempo «in minoranza contro la Storia», e ha ragione. Nenni e Craxi devono affrontare la loro «traversata del deserto» perché il socialismo autonomista pare destinato ormai a finire in soffitta. L'unità socialista tra PSI e PSDI va in frantumi, complice anche l'azione del presidente della Repubblica Saragat, ma Bettino e il suo leader restano in minoranza nel partito. A Milano, invece, resiste una precaria maggioranza nenniana che conta però su un inaffidabile Aniasi. Il sindaco socialista di Milano, che finirà i suoi giorni miseramente iscritto ai Ds, vive con fatica l'accanimento autonomista di Craxi.

A pagina 86 è riportata una curiosa successione temporale. La sede dell'ex albergo Commercio è occupata con la benevolenza del PCI da estremisti di sinistra che la battezzano «Nuova casa dello studente e del lavoratore». Craxi, sostenendo che «non c'è bisogno del coltello degli pseudo-rivoluzionari nel cuore della città capitalistica», ne ottiene la demolizione dopo molte insistenze. Annota Finetti: «L'edificio è in piazza Fontana dove poco dopo, il 12 dicembre, scoppia la bomba che provoca la strage alla Banca dell'Agricoltura. Craxi - prosegue lo storico - interpreta l'atto terroristico come dettato da una "strategia di riequilibrio"... La strage sembra infatti voler "riequilibrare" incombendo come spallata che avverte la presenza e l'incombere di un "peso" di segno opposto».

Quando la gestione del professor De Martino porta nel 1976 il PSI alla disfatta, il partito si consegna a Craxi perché ritenuto il solo capace di marcare «autonomia» dalle sirene comuniste e da quelle democristiane. «Si realizza così - afferma Finetti - una nuova allenza autonomista tra una destra non filo-democristiana e una sinistra non filo-comunista che ha preso le distanze persino dal suo leader, Riccardo Lombardi». Parte così la sfida autonomista craxiana in campo nazionale. Ed essa non può che partire da dove i comunisti sono più radicati: in campo culturale e sindacale. Per questo lavorerà per una segreteria socialista della UIL con Giorgio Benvenuto, sostenendo contemporaneamente la componente socialista della CGIL.

Finetti rappresenta con lucidità anche il complesso rapporto di Craxi con l'intelletualità di Mondo Operaio e descrive bene la strategia «lib-lab», che punta al rafforzamento dell'area laica nell'ambito del pentapartito, ossia in un ultima analisi il tentativo - in parte riuscito - di costruire un centrosinistra diverso.

Nelle ultime venti pagine del suo libro, infine, l'autore tenta di dare risposta alla fine del leader socialista. L'ultimo Craxi è il capitolo conclusivo della storia craxiana. La fine di Bettino è resa possibile da una serie di sfortunati errori politici, dall'atteggiamento sul referendum per la preferenza unica, fino all'elezione di Scalfaro alla presidenza della Repubblica.




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Commenti (1)
1. 08-11-2009 13:15
Bravo Umberto!
Scritto da PP

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