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Numero 475
del 15/05/2012
La caduta del Muro e l'ambiguità del Pci PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
martedì 10 novembre 2009

Il 1989 è diventato una data chiave della narrazione contemporanea della politica e forse della sua crisi. Non poteva che essere così, semplicemente perché non ci sono più miti originari e il mito, in generale, è ancora visto come un ingombro intellettuale, anziché, come dovrebbe essere, un volano dell'immaginazione collettiva. Ma le narrazioni hanno sempre un quid di retorico e perciò vanno maneggiate con cura. Sarà il compito delle prossime generazioni. Nel frattempo, vale la pena domandarsi, con lo sguardo puntato sulla storia politica italiana e, in prospettiva, sulla crisi della sinistra post-comunista: ma il PCI come si pose di fronte all'orrore dei regimi comunisti? E' davvero esistito quel temperamento nuovo e quell'approccio originale del comunismo italiano a fronte delle disgregazioni, già evidenti nella prima metà degli anni '80, dei regimi comunisti? Ugo Finetti, sulle colonne del Giornale («Al Pci quell'obbrobrio era indifferente», domenica 8 novembre), conclude lapidario: il PCI rimase indifferente e, in generale, il codardo mondo intellettuale occidentale utilizzava lo schema del «sì, ma» o «sì, però», che equivale a non voler ritrattare pur mantenendo un certo sottile, sottilissimo distacco analitico, come si diceva a quei tempi, dal comunismo istituzionale. Ora, rispetto a quest'ultimo dato - il «sì, ma» o «sì, però» - posso fornire una testimonianza personale che potrebbe essere utile alle prossime generazioni, quelle che dovranno ri-narrare sia il 1989, sia la post-sinistra.

Anno 1987. Avevo ventuno anni, fine del secondo anno di università a Pisa, facoltà di filosofia, estate di formazione linguistica: si doveva imparare il tedesco per leggere i testi sacri, da Hegel a Marx, dunque urgeva andare in qualche località famosa della Germania per raggiungere l'agognato obiettivo. Dove? Tra le molte disponibili, Pisa aveva nel suo pacchetto anche qualche luogo decisivo della DDR, la fantomatica Germania Orientale, l'arcipelago comunista governato da Honecker, l'irriducibile anti-Gorbaciov. Due settimane di studi intensi con qualche orecchio dei servizi ad origliare le conversazioni del nostro gruppo e un clima da fine di un impero che aveva tenuto l'anima coi denti per troppo dentro. Un mondo di spettri, gente che circolava per le strade con lo sguardo spento, un calar di ombre notturne pur in pieno giorno. Io allora ero socialista operaista, anti-stalinista al massimo, e certamente critico del sistema comunista, ma quel che mi colpì brutalmente fu la morte civile che ovunque segnava il quotidiano. Era il giorno dopo giorno che mi sgomentava: come fanno queste persone a campare in un mondo così? Weimar è una perla culturale e la Costituzione del 1922 è stata progettata quaggiù, a poche centinaia di metri dal nostro albergo. Eppure, già nel 1987, tutto sembrava una caricatura sociale e, quel che è peggio, era il clima umano, quei volti che si riempirono di lacrime, una volta giunto il giorno della nostra partenza, perché noi rappresentavamo per loro, in fondo, una boccata di libertà a distanza, una specie di bombola di ossigeno per rianimare due polmoni non più comunisti da tempo.

Ecco, in quei giorni, io mi ritrovai a difendere l'allora duramente criticato sistema capitalistico ed occidentale rispetto a quella sottospecie di vita da topi nel secchio. Lo difendevo io, questo sistema, e qualche radicale, che veniva da Milano, invece, si divertiva a flirtare con la bellezza del regime comunista, perché noi non potevamo fare i maestrini ed impartire loro lezioni di libertà. E la nostra sarebbe libertà? - mi domandava con supponenza un fighetto milanese forse della meglio borghesia. Ci sarebbe da fare una vera analisi sulle connessioni perfino antropologiche tra questa borghesia, che popolava e popola le università italiane e i Cda di banche e Spa, con il PCI anche berlinqueriano. A Torino si suggeriva di votare PCI alla Camera e PRI al Senato: chiara l'antifona? Dunque, la classe operaia alla Camera e la Fiat al Senato: pace sociale fatta. Craxi è morto per questa scellerata alleanza. Osserva Finetti: «Persino dopo lo «strappo» - e cioè dopo il dissenso espresso da Enrico Berlinguer di fronte al colpo di Stato militare in Polonia nel 1981 - i comunisti italiani tennero vivo il rapporto con le dittature comuniste: i "partiti fratelli", inclusi quello polacco». A Weimar i borghesotti erano così e i ventenni di oggi - nati nel 1989 - devono sapere di che pasta fossero i loro padri e i loro zii, ammesso e non concesso che si riesca ancora a salvarli dalle grinfie del politically correct di ieri che, da qualche parte, sta già consumandosi come nostalgia ricolma di vuoto culturale. E' un lavoro da fare e la lunga durata del centrodestra dipende anche dal successo di questo lavoro.




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