La Giustizia è ormai da molti anni il tema irrisolto del nostro Paese. Le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la politica, da Tangentopoli in poi, hanno intaccato la fiducia degli italiani nei confronti del potere giudiziario. Soprattutto in questi ultimi tempi, da una indagine svolta dell’istituto di ricerca Euromedia, si apprende che il 55.3% degli italiani ritiene che «la magistratura italiana sia uno strumento ad orologeria che sceglie l’obiettivo», mentre il 21,5% pensa che «stia ripulendo il marcio della politica» ed un solo 12,1% la reputa «libera e scevra da condizionamenti». Queste percentuali rendono sempre più rilevante la necessità di porre mano ad una riforma dell’organo giudiziario.
La Giustizia penale, civile ed amministrativa sono aspetti di un’emergenza nazionale a cui il Governo Berlusconi ha cominciato a porre rimedio, partendo dalla riforma del processo civile entrata in vigore questa estate. Il dato preoccupante che emerge dall’indagine di Euromedia ci presenta un calo della fiducia degli italiani nella Magistratura che, tra giugno del 2007 e novembre del 2009, è scesa dal 28.7% al 15,9% e ci pone di fronte ad una problematica la cuirisoluzione non è più procrastinabile. Ma per attuare una vera riforma costituzionale che ponga rimedio alle tante storture a cui abbiamo assistito in questi anni, come gli accanimenti giudiziari nei confronti di Silvio Berlusconi, l’arresto di lady Mastella, che ha fatto capitolare il Governo Prodi, fino ai guai giudiziari di D’Alema, che lo hanno costretto ad avvalersi dell’immunità parlamentare europea, occorrerebbe che anche la sinistra riconosca la realtà che si evince dai dati di Euromedia e che comprenda che una riforma giudiziaria non è un atto ad personam per il premier, ma è un’esigenza che riguarda tutti gli italiani.
Il Partito democratico, nelle elezioni del 2008, commise l’errore postcomunista di allearsi con il giustizialismo per poter intercettare il consenso dell’elettorato più estremista, illudendosi di trovare in Di Pietro un alleato fidato. Ma come fu per il Pci, per i postcomunisti avere un avversario a sinistra costituisce un pericolo, poiché il loro linguaggio politico diviene meno efficace rispetto al moralismo dell’estremismo giustizialista e massimalista. La sinistra moderata, quindi, è ancora prigioniera delle sue debolezze culturali e politiche, poiché non ha ancora acquisito una propria identità. La volontà di una vera riforma giudiziaria non nasce, quindi, da loro.
Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti, ed uno dei tanti problemi che affliggono la Giustizia è la lentezza dei processi. Ieri pomeriggio Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini hanno dichiarato che il Pdl presenterà un disegno di legge per garantire tempistiche brevi per i processi che riguardano persone incensurate: il tempo massimo di durata dei processi, in base all'intesa raggiunta ieri dai due leader del Pdl, non dovrebbe superare i sei anni, due anni per il primo grado, due per l’Appello e due per la Cassazione. La palla, ora, passerà al Parlamento. Il governo Berlusconi intende portare avanti le riforme che riguardano la Giustizia. Gli italiani la chiedono e la sinistra, invece, segue le orme di Di Pietro.
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