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Numero 462
del 11/02/2012
La Russia dopo il 1989 PDF Stampa E-mail
! di Andrea Forti
forti@ragionpolitica.it
  
martedì 10 novembre 2009

Il crollo, vent'anni orsono, del Muro di Berlino, vergognoso monumento alla divisione del continente europeo decisa a Yalta nel 1945, ha liberato le nazioni dell'Europa centro-orientale dal giogo sovietico, un'oppressione ingiustificata tanto dal punto di vista ideologico (il comunismo venne imposto con la forza dai carri armati sovietici) che dal punto di vista storico (paesi come l'Ungheria, la Cecoslovacchia o la Germania non furono mai, nella storia, parte di entità politiche moscovite). La liberazione dal giogo comunista non ha certamente risolto tutti i problemi delle società post-comuniste, ancora alle prese con le conseguenze politico-sociali di processi di liberalizzazione economica non sempre trasparenti e sensibili a esigenze sociali, ma ciò nonostante è innegabile il fatto che lo status quo ante 1989 fosse oramai insostenibile, sia dal punto di vista economico che da quello socio-politico.

Se quindi il 1989 rimane una data legata, nella memoria dei popoli europei, ad un evento liberatore, diverso è il caso della Russia, la cui percezione degli anni dello sgretolamento del sistema comunista rimane contraddittoria. Il crollo dell'Unione Sovietica, formalizzato nel dicembre del 1991 ma di fatto iniziato all'indomani della caduta del Muro, venne inizialmente salutato con gioia anche nella patria del socialismo reale. A differenza del regime zarista, caduto nel 1917 ma difeso per altri quattro anni fino all'ultimo sangue dalle forze lealiste, le celebri «Guardie Bianche», il regime sovietico cadde senza nemmeno un sussulto di resistenza da parte di quei (non pochi) ceti burocratici che tanto dovevano alla sopravvivenza dell'Unione. Il famoso golpe dell'agosto 1991, organizzato da un manipolo di generali e politici neo-stalinisti, si rivelò un fallimento, un autentico golpe da operetta che ebbe come unico risultato l'accelerazione del processo di dissoluzione dell'URSS.

La Russia post-sovietica pareva avviata, nel 1991, a ritornare nell'alveo della famiglia europea alla quale era stata staccata con violenza dall'uragano bolscevico del 1917. Ma già due anni più tardi lo scenario politico interno russo pareva cambiato: le folle non manifestavano più contro il comunismo dietro il tricolore russo, ma si accalcavano dietro le bandiere rosse dei risorti movimenti neo-comunisti e ultra-nazionalisti, le stesse forze che nel settembre del 1993 presero il controllo del parlamento, «liberato» dall'allora presidente Eltsin a suon di cannonate ai primi di ottobre. Durante tutti gli anni '90 il presidente Eltsin, considerato «filo-occidentale», venne costantemente sfidato da un'opposizione nazional-comunista sempre più popolare, impersonata dal comunista Zjuganov, che nel 1996 fu quasi sul punto di vincere le elezioni presidenziali.

Che cosa era successo nell'arco di così pochi anni? Forse era ritornata a galla quella vocazione «autocratica» presente nel DNA dei russi secondo molti «russofobi» occidentali? No, nulla di tutto questo, semplicemente era successo che un paese abituato a vivere una dimensione imperiale (fosse essa zarista o sovietica) si ritrovò in pochissimi anni ridotto alle frontiere della metà del XVII secolo e in preda a una spaventosa crisi economico-sociale che, fra le tante conseguenze, portò ad un rialzo del tasso di mortalità definito da molti demografi come tipico da paese in guerra. Dopo il 1991 quasi 25 milioni di russi (la popolazione della Romania) si ritrovarono improvvisamente cittadini di Stati stranieri, guardati con sospetto se non con aperta ostilità, e questo anche a causa della delimitazione dei confini interni all'URSS che volutamente lasciava aree russofone all'interno di Repubbliche federate non russe.

In questo difficile contesto, che univa il sollievo della liberazione dal comunismo all'ansia per una diminuzione di rango internazionale, l'Occidente non si mosse con la dovuta cautela. Per sete di profitto una parte della finanza occidentale si buttò a capofitto nel lucroso business russo, favorendo l'emersione di quegli odiati oligarchi messi in diparte da Putin, spesso ex funzionari comunisti arricchitisi svendendo i beni nazionali, e portando l'ancor fragile sistema economico russo al collasso del 1998. In alcuni ambienti politici occidentali poi vi fu chi, disgraziatamente, scambiò la caduta del regime comunista in una occasione per farla definitivamente finita con la Russia in quanto Stato e nazione; così venne tollerato, se non apertamente incoraggiato, ogni tipo di movimento separatista, anche se manifestamente legato al terrorismo islamico, come nel caso ceceno. Il mondo del post 1989 aveva bisogno di una risoluta azione di condanna del comunismo e di quell'ideologia, ma l'ossessione anti-russa di alcuni orfani della guerra fredda diede un pessimo servizio a questa causa, confondendo le acque e, paradossalmente, aprendo le porte al riciclaggio politico delle élites comuniste dei paesi dell'Est Europa (e, caso unico in Occidente, del Partito Comunista italiano), che riuscirono a rimanere a galla semplicemente passando dalla parte dei «vincitori».

L'ascesa di Vladimir Putin nel 2000 ha parzialmente migliorato la situazione russa, ridando solidità e autorità allo Stato e mettendo un minimo di ordine fra gli oligarchi, anche se molta strada rimane da fare. Il grande merito di Putin, al di là degli inevitabili errori e dalle storture di un sistema nato da un rovinoso crollo, è stato soprattutto quello di aver incanalato il nazionalismo russo su binari «gaullisti» (con le debite differenze, sia chiaro!), scongiurando il ritorno al potere di forze neo-comuniste che avrebbero condannato la Russia ad un isolamento alla nord-coreana.

Una cosa che dobbiamo ricordare poi è il fatto, non di poco conto, che uno tra i primi leader politici a voler dare credito alla nuova Russia post-comunista fu proprio l'attuale (e già allora) premier Silvio Berlusconi, che si recò a Mosca già nel 1994, quando ancora non si parlava di amicizia personale con Putin o di progetti di gasdotti, aprendo la strada ad una amicizia che si è via via rinforzata, nell'interesse dell'Italia, della Russia e dell'Europa.




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