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Numero 462
del 11/02/2012
Le contraddizioni di Chávez PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
giovedì 12 novembre 2009

L'uomo dalle mille riflessioni, dal nero e dal bianco, dalla tristezza alla felicità, insomma colui che più di tutti cambia idea con la facilità con cui una banderuola cambia direzione. E' il presidente venezuelano Chávez. Telecronaca di una contraddizione in termini e pensieri. Se il lunedì mattina l'America Latina si è svegliata con il timore di una guerra imminente, una «guerra di 7 anni che infiammi tutto il continente latino americano», oggi i cittadini «latini» possono tirare un sospiro di sollievo, dato che Chávez ha smentito se stesso. Se un tempo le sue affermazioni si concentravano sulla critica della politica dei suoi omologhi o sulla sconfessione del pensiero politico e dell'azione altrui, ora el caudillo venezuelano critica e smentisce se stesso.

Cronaca di un comune lunedì venezuelano. Hola presidente! Chávez inneggia alla guerra; allerta le Forze Armate, nonché l'intero popolo venezuelano, affinché siano pronti ad affrontare qualunque atto ostile ed offensivo per la nazione. Ennesimo episodio di una diatriba lunga secoli, di un antagonismo strutturale ed ontologico tra Venezuela e Colombia, due paesi cardine per l'equilibrio dell'America Latina. La cessione in uso di alcune basi militari colombiane, ed in particolare di alcune aerostazioni, alle Forze Armate statunitensi ha determinato un susseguirsi di timori espressi dai vari leaders regionali. Da Correa a Lula, da Morales alla Bachelet, tutti i presidenti sudamericani hanno espresso le loro considerazioni in relazione a tale evento, le cui ripercussioni e conseguenze vengono differentemente interpretate. Tale cessione, infatti, può essere intesa come una nuova forma di imperialismo per parte statunitense, oppure come un rafforzamento delle già strette relazioni tra Washington e Bogotà in materia di lotta al narcotraffico, ed in particolare contro le FARC. Il presidente Uribe ha chiaramente specificato che mai la Colombia ha minacciato o avuto intenti ostili contro il vicino Venezuela. Le dichiarazioni di Chávez, quindi, devono essere lette come la conseguenza della tensione tra Caracas e Bogotà, nonché come il risultato di una pluralità di fatti di cronaca che hanno accesso piccoli ma costanti focolai di crisi tra le due capitali.

Cronaca di mercoledì mattina. Hola presidente! Chávez rinnega se stesso. Dimentica le proprie affermazioni rilasciate in diretta nazionale, contraddice se stesso e, per non ammettere che «il Re è nudo», accusa il presidente Uribe di «cinismo». Tutto e il contrario di tutto, dunque. Il paradosso e l'ipocrisia della politica di Chávez si manifestano quotidianamente. Forse egli dimentica che il suo ultimo anno presidenziale è stato volto al rafforzamento dell'apparto militare venezuelano, tra accordi per la compravendita di armamenti con la Federazione Russa o l'Iran, nonché attività addestrative congiunte tra le Forze Armate di Caracas e quelle russe, coinvolgendo tanto la seconda come la terza dimensione militare. Forse el caudillo non ricorda che vendere uranio all'Iran in cambio di armi costituisce una chiara minaccia contro la pace e la sicurezza mondiale, essendo la politica nucleare iraniana caratterizzata più da zone d'ombra che di luce.

L'atteggiamento assunto dal Venezuela di Chávez è de facto minaccioso e aggressivo, non certo quello di un agnello sacrificale immolato sull'altare della stabilità regionale latino-americana. Il ruolo di vittima non si cuce bene addosso a Chávez. La sua politica anti-americana è intrisa di un retrogusto ideologico ormai anacronistico; le sue ultime dichiarazioni sono l'ennesima comparsata priva di fondamento politico, svuotata di realpolitik degna di tal nome. Oltre al danno, la beffa. Non solo la sua politica non è quello che egli vorrebbe fare apparire, ma inoltre il presidente inizia a soffrire di amnesie momentanee, di perdita di memoria a breve termine, che lo porta a «non remembrar» le sue dichiarazioni. Hola presidente!




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