Con un giorno di ritardo rispetto a quanto previsto in precedenza, ha avuto inizio venerdì il viaggio nel continente asiatico del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Un viaggio che per nove giorni porterà Obama in quattro nazioni diverse e che si presenta completamente differente dalle sue precedenti visite all’estero. Nei suoi viaggi in Europa, Medio Oriente e, seppure in misura minore, in Africa, il presidente americano ha sempre cercato di rivolgersi, in via principale, ai cittadini, in modo da sottolineare il contrasto con la politica estera del proprio predecessore George Bush. La visita nel continente asiatico sembra invece essere molto più classica, dal momento che essa prevede un solo discorso nella mattinata. In una regione in cui si fanno ancora sentire le divisioni legate alla guerra fredda, la finalità principale del viaggio di Obama è quella di dimostrare come gli Stati Uniti possano ancora giocare un ruolo di primo piano nello scacchiere asiatico.
Nella «nuova» Asia, una regione in pieno fermento, gli Stati Uniti corrono il rischio di una vera e propria marginalizzazione, a meno che non riescano ad instaurare un nuovo ordine politico ed economico regionale. Sebbene le principali sfide che Obama deve affrontare sembrano non essere cambiate rispetto a quelle del proprio predecessore, alcuni drammatici cambiamenti stanno avendo luogo nella regione, dal momento che l’Asia sta divenendo il centro di gravità dell’economia mondiale e motore della crescita globale. Prima tappa del viaggio asiatico, non certo per caso, è il Giappone. Lo stesso presidente Obama, nel corso dell’incontro avuto con il nuovo primo ministro giapponese Hatoyama, ha voluto sottolineare tale simbolica scelta.
Il paese del Sol Levante, scosso dalle recenti elezioni politiche che hanno portato al governo il partito democratico dopo cinquant’anni di opposizione, è attraversato da un vivace dibattito relativo alla ridefinizione dell’alleanza con Washington. I rapporti tra Stati Uniti e Giappone stanno attualmente attraversando la fase più controversa dalla guerra commerciale degli anni novanta. Il primo ministro Hatoyama, sin dal giorno della vittoria, ha affermato la propria intenzione di riequilibrare i rapporti con gli Stati Uniti, attualmente eccessivamente sbilanciati verso il continente americano. Due sono al momento i punti di maggiore tensione tra i due paesi, entrambi relativi al campo della sicurezza. Innanzitutto, il governo giapponese ha reso nota la propria intenzione di porre fine alla missione della Marina Militare giapponese in Afghanistan, assicurando però, nel contempo, un incremento dei propri aiuti non militari. Il primo ministro Hatoyama, inoltre, intende rivedere l’accordo del 2006 relativo alla base di Okinawa, in modo da poter spostare i militari americani in una zona meno densamente popolata dell’isola. Accanto a tali questioni, il presidente Obama dovrà affrontare le critiche per la mancata visita alle città di Hiroshima e Nagasaki, sebbene nel corso di un’intervista rilasciata alla televisione nipponica Nhk abbia manifestato la propria intenzione di compiere, entro la fine del mandato, la visita che tutti i suoi predecessori hanno accuratamente evitato. L’altra tappa fondamentale del viaggio asiatico di Barack Obama è rappresentata dalla Cina.
L’amministrazione americana può ritenersi soddisfatta di avere, per ora, evitato le crisi che solitamente si verificano ad inizio mandato. Ciò grazie al fatto che, in seguito ad un atteggiamento alquanto discutibile, i punti potenziali di scontro sono stati accuratamente evitati, dal momento che Obama si è addirittura rifiutato di incontrare il Dalai Lama in occasione del suo viaggio a Washington nel mese di ottobre. Al centro dei colloqui cinesi vi saranno tutti i temi più importanti sul tavolo della politica internazionale, ma due saranno le questioni particolarmente al centro dell’attenzione. Obama, infatti, cercherà di affrontare il tema della conferenza climatica di Copenaghen, tendando di creare con Pechino una cornice all’interno della quale si possano definire intese più dettagliate per quanto riguarda emissioni e riscaldamento climatico.
Difficilmente Usa e Cina riusciranno a trovare un accordo, ma si tratterebbe già di un successo se riuscissero a ridimensionare le proprie divergenze in materia. Non mancheranno, ovviamente, colloqui relativi all’andamento dello yuan, la moneta cinese, dal momento che lo stesso Obama ha dichiarato che «gli USA e la Cina potranno arrivare a politiche in grado di incoraggiare scambi a sostegno della crescita».
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