Riportiamo su Ragionpolitica la lettera, inviata al Secolo d'Italia, con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, oltre a difendere le critiche da lui stesso espresse nei confronti dell'ultimo libro di Fini, mette in discussione l'approccio modernista che ha assunto una certa destra italiana sollecitando una riflessione sull'identità del Pdl.
La recensione che ho dedicato al libro di Gianfranco Fini ha suscitato anche sul Secolo una serie di reazioni che non colgono la sostanza delle mie riflessioni. Alessandro Campi ha parlato di sindrome di Badoglio per indicare la differenza tra fedeltà all'alleanza, che comporta confronto e dialettica, e fedeltà personale, che si fonda sull'applicazione in politica delle categorie di ingratitudine, tradimento, slealtà nei confronti del capo. Naturalmente la mia analisi viene classificata, dagli amici del Secolo, nell'ambito della sindrome di Badoglio. Anzi, lo stesso presidente Fini, nel corso di una recente trasmissione televisiva, ha sostenuto che a causa della mia particolare devozione nei confronti di Berlusconi incorrerei in grossi abbagli. So che mi è difficile scrollarmi di dosso l'etichetta di devoto nei confronti di Silvio Berlusconi, un'accusa che viene utilizzata frequentemente, come fanno molti esponenti della sinistra, in realtà per sfuggire da un confronto serio. Come sa lo stesso Gianfranco Fini, ho sempre sostenuto che le sue posizioni politiche aprivano nel Pdl uno spazio di confronto democratico e una libera dialettica politica che rappresentano una ragione di forza per un grande partito come il nostro. Proprio per questo, tuttavia, ritengo doveroso far valere le mie opinioni in un libero confronto democratico, anche quando non coincidono con quelle di altri esponenti autorevoli del nostro partito. La mia devozione nei confronti di Berlusconi, che non nego in termini di amicizia e di lealtà, si accompagna sempre al rigore dell'analisi politica e del rispetto di qualunque interlocutore.
Per essere ancora più esplicito, io prendo sul serio quanto dice Alessandro Campi, e cioè che il confronto comporta il dire la verità anche quando è spiacevole. Quando Gianfranco Fini, ad esempio, paragona la vita interna del Pdl ad una caserma, oppure quando distingue tra la leadership di Berlusconi e la sua supposta tendenza a trasformarla in monarchia, che cosa dovremmo fare? Ascoltare in silenzio questi giudizi senza fiatare oppure metterll in discussione, avanzare possibili obiezioni, rivendicando un diverso punto di vista? Lo prediligo questa seconda strada, che equivale poi ad accettare il terreno di confronto rivendicato giustamente da Fini.
Sulle questioni riguardanti la vita di partito e la natura della leadership di Berlusconi ho detto solo una parte di quello che penso. Il confronto è solo all'inizio, anche perché considero non solo ingenerose ma anche infondate le opinioni espresse dal presidente della Camera sui primi passi del Pdl, nato dalla confluenza di due partiti molto diversi come Forza Italia e Alleanza nazionale. A dire il vero quello che mi preoccupa di più in questo momento non è la diversa valutazione degli sforzi compiuti per unificare storie, organizzazioni, culture e sensibilità diverse, quanto l'evidente divaricazione di prospettive politiche che scaturisce da orientamenti culturali non omogenei.
ll libro di Fini ha confermato ciò che temevo sull'evoluzione della destra italiana: un percorso molto simile a quello dei comunisti italiani, i quali sono passati dall'identificazione con un corpo ideologico coerente e strutturato a un pensiero la cui principale caratteristica è l'accettazione della realtà cosi come essa si svolge. Una traiettoria che abbandona di schianto la propria storia, nei confronti della quale cade un silenzio molto simile a quello degli intellettuali comunisti sul loro passato, come scrisse Eugenio Garin.
Il paradosso è che il cambiamento tanto sbandierato quanto nominale, approda, proprio per questa evanescenza culturale, a un sostanziale conformismo e accettazione dei caratteri fondamentali dello sviluppo moderno. Come interpretare diversamente le posizioni di Gianfranco Fini sui temi della bioetica o sui problemi della cittadinanza, se non come la rinuncia ad una visione critica rispetto alle tendenze più diffuse e accreditate dell'epoca in cui viviamo? Se mi permette, gentile direttore, leggo in questo senso anche alcune delle sue iniziative parlamentari e delle tesi sostenute sulle pagine del suo quotidiano, secondo le quali la metà è una destra dei diritti, repubblicana. Che cosa sottintendono queste affermazioni? A quali tradizioni culturali afferiscono? Quali prospettive politiche dischiudono?
lo credo che se vogliamo costruire insieme un partito liberale e popolare di massa, in cui convivano la tradizione del cattolicesimo liberale e quella del riforismo socialista, non possiamo rinunciare a fare chiarezza sui piano culturale, con un libero confronto delle idee. Questa esigenza la sento profondamente non solo come esponente del Pdl, ma anche come ministro delia Cultura di un governo di centrodestra. Non dimentichiamo che il progetto dell'Ulivo e del Pd è fallito soprattutto perché non si è mai delineata con chiarezza una identità comune, un comune corpo di valori condivisi, posti a fondamento di un nuovo partito. Noi non possiamo cadere in questo errore. Soprattutto non possiamo rischiare di retrocedere rispetto ai traguardi positivi raggiunti separatamente, intendo da Forza Italia e da Alleanza Nazionale prima della loro unificazione. Il Popolo della libertà è nato per amalgamare queste due storie in una nuova identità, per superarle in una forma più ricca, più solida, più alta di quella precedente.
Condividi questo articolo      
|