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Numero 360
del 19/03/2010
Obama in Cina, tra diritti umani ed economia PDF Stampa E-mail
! di Daniele Martino
martino@ragionpolitica.it
  
martedì 17 novembre 2009

La visita di Barack Obama nel continente asiatico rappresenta una novità assoluta nella politica degli Stati Uniti in Asia. Per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale, la Casa Bianca ha adottato un nuovo approccio in quell'area. La novità più assoluta è il rapporto con la Cina, che riflette un nuovo equilibrio mondiale in cui Washington e Pechino sono interlocutori allo stesso livello. La differenza dei colloqui tra Obama e il presidente cinese Hu Jintao è abissale se paragonata al vertice tra Bill Clinton e Jiang Zemin di dieci anni fa, in cui gli Stati Uniti davano il proprio placet all'ingresso della Cina nel circuito commerciale globale, suggellato dall'adesione di Pechino al Wto nel dicembre 2001.

Oggi, invece, le due superpotenze mondiali dipendono l'una dall'altra in maniera inscindibile, portando nei fatti ad una convivenza «gioiosamente forzata» tra Pechino, che detiene buona parte del debito pubblico statunitense, e Washington, che è il primo acquirente dei prodotti made in China. Date queste condizioni strutturali, l'orientamento di molti era che la visita di Obama avrebbe seguito il binario del pragmatismo, relegando le questioni dei diritti umani ai margini dell'agenda diplomatica del summit. Ma così non è stato: se lo scorso febbraio la visita di Hillary Clinton in Cina si era basata su una «non ingerenza» negli affari interni, con la Cina che tacque sui ritardi nella chiusura di Guantánamo e gli Stati Uniti che non parlarono di Tibet, il viaggio di Obama in Asia, e soprattutto in Cina, è la conferma del coraggio, quasi della temerarietà del presidente Usa. Il discorso di Barack Obama al museo della tecnologia di Shangai costituisce il paradigma della sua politica estera, in cui il ruolo del dream è sullo stesso piano degli affari di Stato.

Nel suo intervento, parlando a braccio e rispondendo al contraddittorio (una novità assoluta per gli studenti cinesi), Obama ha parlato apertamente di tre punti dolenti del sistema politico-economico cinese: la libertà di espressione, il lavoro minorile e il rispetto delle minoranze. Sulla cosiddetta «muraglia di fuoco», vale a dire l'attività di strettissimo controllo del governo di Pechino sui siti internet, il giudizio di Barack Obama è stato inequivocabile, affermando che «più l'informazione circola liberamente, più una società diventa forte. In questo modo i cittadini possono chiedere conto a chi li governa. Per questo sono contrario alla censura, anche quella su internet». Una presa di posizione nettissima, sicuramente coraggiosa, che fa il paio sulla condanna del lavoro minorile in Cina, uno dei prezzi carissimi che la popolazione cinese deve tributare sull'altare dello sviluppo economico. Secondo Obama, infatti, non si possono ignorare «princìpi umani comuni a tutti i popoli, come il fatto che i bambini non siano vittime di abusi o sfruttamento».

Se per l'opinione pubblica occidentale le affermazioni di Obama rientrano nel senso comune, altrettanto non vale per la Cina; infatti, gli studenti presenti al discorso di Obama, selezionati dopo un'attenta valutazione del loro curriculum scolastico e di attività nel partito, hanno incalzato il presidente Usa sulla tematica della non-universalità di certi temi, con una differenza di vedute e di valori tra Cina e Occidente.

Tuttavia, il tema più scottante affrontato a Shangai è uno dei pilastri della politica della Casa Bianca in Asia: il rispetto delle minoranze etniche e religiose. Gli Stati Uniti hanno proseguito la linea di George W. Bush di un aperto sostegno alla causa tibetana e, sebbene con molte riserve, agli indipendentisti uiguri del nord-ovest della Cina, criticati a livello internazionale per aver risposto alla politica etnica di Pechino con attentati terroristici. Le parole di Barack Obama sul Tibet, in continuità ideale con i suoi predecessori, riparano l'incidente diplomatico dello scorso ottobre, quando non ci fu l'incontro alla Casa Bianca con il Dalai Lama per non irritare Pechino. È questa la cifra della politica estera obamiana: fermo restando l'assoluta preminenza delle relazioni economiche, strategiche e commerciali nei rapporti bilaterali, c'è anche uno spazio notevole per affrontare tematiche potenzialmente «spinose» come appunto i diritti umani o il cambiamento climatico.

In questo senso si colloca certamente l'esortazione del presidente statunitense alla Birmania per «la liberazione senza condizioni di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici» in cambio della fine delle sanzioni al regime dei generali birmani, alleato di ferro nella Cina sia per le cospicue risorse naturali sia soprattutto in virtù del suo affacciarsi all'Oceano Indiano, che permette alla Cina di avere uno secondo sbocco marino oltre al Mar Giallo. Il viaggio di Obama in Asia è la conferma della crescente importanza attribuita all'Asia dalla Casa Bianca, che costituisce già oggi il primo partner commerciale degli Stati Uniti: un fatto ben noto da entrambe le parti che Obama ha ribadito a Shangai rivendicando anche di essere il primo presidente americano ad aver vissuto in Asia.

In ogni caso, è da ribadire che le affermazioni di Obama sui diritti umani in Cina non significano affatto un aumento dell'ostilità di Washington verso Pechino; al contrario, si registra sicuramente una maggiore serenità dei rapporti sino-americani rispetto agli ultimi anni della presidenza Bush (dal 2006 in poi), in cui si puntò a rinsaldare le alleanze storiche degli Stati Uniti con Giappone, Taiwan e Corea del Sud in funzione di una sostanziale compensazione allo sviluppo economico-militare cinese. Obama invece punta, anche in considerazione dello storico successo del democratico Hatoyama in Giappone, ad una cooperazione tra Asia e Stati Uniti per superare più rapidamente la crisi ed essere insieme protagonisti della ripresa economica. Nel discorso di Shangai, infatti, il presidente Usa ha posto l'accento sulle «sfide comuni» tra Cina e Stati Uniti, con l'auspicio finale di «affrontarle insieme». Se Obama ha parlato chiaro sul tema dei diritti umani, lo ha fatto anche sui rapporti economici. La sinergia commerciale tra Cina e Stati Uniti continua. Anzi, si rafforza.




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