La notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo: il presidente Obama ha espresso l'intenzione di visitare l'anno prossimo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Se riuscirà a soddisfare questo suo desiderio, Obama sarà il primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del nucleare americano. Una decisione perfettamente in linea con la sua idea politica in base alla quale, per dare credibilità al ruolo dell'America nel mondo, è fondamentale riconoscere le colpe del passato. Un atteggiamento che Obama ha già mostrato diverse volte nei primi mesi della sua presidenza, per esempio con l'Iran e con i dittatori dell'America Latina, ai quali ha chiesto scusa per le interferenze che in passato il governo americano ha esercitato nei loro paesi. Ma dietro il desiderio di Obama c'è di più: c'è anche la volontà di proseguire nel suo percorso di condanna dello strumento nucleare militare, e di conseguente progressiva riduzione degli armamenti atomici in ambito mondiale. Una volontà concretizzatasi nella Dichiarazione finale del vertice G8 dell'Aquila, e, ancor più, nella successiva risoluzione 1887 adottata durante la sessione di settembre del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, finalizzata ad impegnare i paesi membri «a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari, in linea con gli obiettivi del Trattato di non proliferazione».
Di fronte a tanto attivismo, ed a tante dichiarazioni, viene però da chiedersi se davvero il mondo sia pronto per essere liberato dalle armi atomiche. L'utopia di Obama di costruire un ordine geopolitico globale attraverso lo smantellamento degli arsenali nucleari è davvero perseguibile? Come ha giustamente sottolineato il senatore Ramponi, presidente della Consulta Difesa del Pdl, durante il convegno nazionale del CESTUDIS (Centro Studi Difesa e Sicurezza), incentrato proprio sull'attuale dibattito sul nucleare, allo stato attuale l'arma atomica rappresenta ancora un deterrente troppo importante per l'Occidente, senza il quale non solo il mondo non sarebbe più sicuro di quanto non sia oggi, ma al contrario sarebbe ancora più esposto all'instabilità.
Naturalmente la possibilità di ridurre gli arsenali nucleari, oggi concentrati al 98% nelle mani di Stati Uniti e Russia, è più che auspicabile, ma pensare di poter avere un mondo nuclear free è semplicemente un'utopia. Oltretutto la questione rischia di essere fuorviante. Come ha giustamente ricordato il professor Francesco Calogero, segretario generale del Pugwash ai tempi del premio Nobel nel 1995 e grande esperto in materia, il vero pericolo ad oggi non è rappresentato tanto dagli armamenti nucleari convenzionali, quanto piuttosto dagli ordigni nucleari, cioè dalle «piccole» testate che possono essere impiegate da gruppi terroristici, senza la necessità di vettori tradizionali. La fabbricazione ed il trasporto di tali ordigni risultano assai più semplici ed efficaci, specialmente per organizzazioni pronte a tutto nella loro battaglia contro l'Occidente, ed è questa la minaccia più pericolosa ad oggi, perché è quella più difficile da intercettare.
Anche per questo è importante far sì che quegli Stati che sostengono il terrorismo, come ad esempio l'Iran, non sviluppino mai non solo la capacità di costruire un ordigno atomico, ma anche la possibilità di arricchire l'uranio a livelli tali da poter essere impiegabile in ambito militare. Sarebbe infatti praticamente impossibile, a quel punto, evitare che esso venga impiegato da uno dei tanti gruppi terroristici legati all'Iran (c'è solo l'imbarazzo della scelta) nella lotto contro il Grande ed il Piccolo Satana (Stati Uniti ed Israele). Né vale, purtroppo, quanto auspicato dal senatore Veronesi e cioè fare affidamento sulla «bontà» del genere umano. La conflittualità purtroppo fa parte dell'uomo; sperare semplicemente che basti mettere al bando le armi (siano quelle atomiche o quelle convenzionali) per evitare le guerre è un'utopia tanto pericolosa quanto ingenua. Un rischio decisamente troppo grande che nessuno, nemmeno il presidente Obama, può permettersi di correre.
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