Pubblichiamo il testo della lettera che il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha inviato agli organizzatori dell'incontro pubblico dedicato alla figura di don Gianni Baget Bozzo, svoltosi a Genova lunedì 16 novembre e promosso dalla Fondazione Craxi e dalla Fondazione del Consiglio regionale della Liguria.
Cari amici, avrei voluto essere con voi questa sera a ricordare don Gianni qui nella sua Genova. Sono però trattenuto a Roma da un impegno istituzionale importante: il presidente Berlusconi mi ha chiesto di partecipare a un incontro bilaterale con il presidente della Repubblica Federale del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva. Sono tornato da pochi giorni da una visita in quel grande paese sudamericano, nel quale abbiamo accompagnato, insieme a Confindustria, una grande missione di imprese italiane. L'incontro di oggi è quindi un'occasione essenziale per trarre, con il presidente Lula e il presidente Berlusconi, le conclusioni di quel viaggio, e dare corso ad importanti accordi a favore del nostro sistema produttivo.
Solo per questo sono costretto a rinunciare al convegno dedicato a don Gianni, al quale tenevo particolarmente, sia per il ricordo personale della sua amicizia, sia per lo straordinario valore della sua figura da un punto di vista intellettuale e politico. Avrei voluto ricordare con voi la sua personalità poliedrica, la pluralità di interessi, il percorso umano e intellettuale travagliato.
Certo, è difficile parlare di lui al passato. Il suo pensiero, le sue intuizioni, le sue analisi sono così attuali, così lucide nell'indagare il presente e soprattutto il futuro, che facciamo fatica a credere che già da mesi don Gianni ci abbia lasciato. Eppure di lui ci mancano molte cose: e proprio il vuoto che ha lasciato ci dà la dimensione visibile della sua grandezza.
Ci manca, per esempio, il coraggio civile, la determinazione, la caparbietà con cui si batteva per le idee e le persone in cui credeva. Idee e persone, perché da autentico cristiano, da vero sacerdote, don Gianni non commise mai l'errore di separare i due aspetti. Don Gianni non credeva nei sistemi ideologici astratti, ne conosceva i fallimenti tragici nel Novecento. Si rendeva conto che grandi figure, in ambiti diversi e in momenti diversi, dal cardinale Siri a Bettino Craxi a Silvio Berlusconi, potevano dare corpo e anima alle idee e ai valori nei quali credeva. Nessun determinismo storico, nella sua cultura, da vero cristiano e da vero laico insieme. Ma grande fiducia nella volontà degli uomini di cambiare le cose.
Ci manca di lui anche la straordinaria lucidità di analisi. Quella lucidità che mantenne fino alla fine. Tutti noi lo ricordiamo, negli ultimi anni, quando il fisico lo sorreggeva meno, quando la parola si era fatta più faticosa, quando il suo stesso aspetto denunciava lo scorrere del tempo. Ascoltarlo era diventato più difficile e più impegnativo, ma non per questo meno affascinante. Al contrario, forse proprio quella difficoltà era simbolo di un percorso intellettuale - a volte sofferto - che aveva sempre privilegiato il rigore alla banalità, che aveva affrontato con coraggio sfide culturali e civili, che non aveva avuto paura di seguire strade nuove quando questo corrispondeva alla sua cultura e alla sua coscienza. Sempre dalla parte dell'uomo, dalla parte della libertà. Questo lo portò anche a lacerazioni dolorose, e a dolorosi ripensamenti. Lo portò a commettere errori e a correggerli. Ad avere il coraggio delle sue idee ad anche della sua sofferta umanità.
E per questo è giusto non ricordarlo soltanto con parole di circostanza, di rimpianto e di elogio - pure meritatissime. Egli stesso non avrebbe apprezzato le commemorazioni rituali. E' giusto ricordarlo facendo vivere quella straordinaria sintesi di percorsi culturali e di innovazione politica, di valori cristiani e di principi di libertà, che Silvio Berlusconi ha saputo costruire proprio basandosi sulle grandi intuizioni di don Gianni. Quando i libri di storia parleranno di questi anni difficili, della trasformazione della politica italiana, delle grandi svolte innovative legate alla nascita di Forza Italia prima e del Popolo della Libertà poi, non potranno non ricordare, alle radici di tutto questo, gli scritti e la testimonianza di don Gianni Baget Bozzo.
Avrei voluto ricordare con voi i tanti incontri, i tanti colloqui avuti con lui, nei quali, a fianco del rigore astratto dello studioso, trovavo l'attenzione concreta per il quotidiano della politica, per le scelte delle persone. Ma questo ricordo di don Gianni è nel cuore di tutti voi che, come me, lo avete conosciuto e frequentato. Per chi non ha avuto questa fortuna, rimane un patrimonio di scritti, saggi, di opere di straordinaria attualità.
Se esistesse un Pantheon dei padri del nuovo centrodestra italiano, del Popolo della Libertà, don Gianni vi occuperebbe un posto d'onore. Proprio per questo vogliamo ricordarlo facendo vivere il suo sogno e il suo progetto: il sogno di un grande sacerdote, di un grande studioso, di un grande uomo libero, insomma di un grande italiano.
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