Un dato è chiaro e cristallino: l'attuale esecutivo gode di un amplissimo consenso popolare, forse senza precedenti. Questo per il felice connubio del carisma indiscusso del proprio leader, Silvio Berlusconi, con un'azione di governo efficace, tempestiva e, soprattutto, fortemente condivisa dalla base elettorale. Dalla ripulitura della Campania alla rapidissima reazione al terribile sisma d'Abruzzo, passando per il ruolo chiave che l'Italia (nuovamente) riveste sullo scacchiere internazionale, per arrivare all'efficace reazione alla crisi economica, contesto in cui l'Italia è il paese che in tutta Europa, e forse nel Mondo, ha tenuto meglio, tanti sono i successi conseguiti dal nostro governo, il quale è riuscito a realizzare una specie di miracolo: ha cominciato a ritrasmettere nuova fiducia nell'apparato politico da parte dei cittadini, da troppo tempo disillusi e rassegnati a vedere il «Palazzo» come un qualcosa di abissalmente lontano dal loro quotidiano, insensibile ai loro bisogni ed avulso dalla loro realtà, spesso difficile e problematica.
Questo perché l'impronta che Berlusconi ha dato alla linea politica del Pdl è stata netta e definita: non si governa senza il consenso più ampio possibile da parte del popolo. Esiste pertanto un legame forte e stabile tra la base elettorale e un partito che si propone come espressione, avanguardia e baluardo della medesima. In questo senso possiamo individuare come motore traente dell'azione politica berlusconiana un sano populismo democratico, lontano da ogni demagogia, da ogni ideologia fine a se stessa, da ogni paternalismo alla Peròn. Abbiamo quindi una forza politica, il Pdl, che fa del popolo non più un semplice serbatoio di voti cui accedere alla bisogna per poi rimetterlo in naftalina con pacche sulla spalla ed ipocriti ringraziamenti terminata la tenzone elettorale: il popolo è parte attiva all'interno di un processo politico di cui, finalmente, ricomincia, progressivamente e a piccoli passi, certo, a sentirsi protagonista e non più semplice comparsa.
Se questo rappresenta un indubbio successo sul piano della reale democrazia, è altrettanto ovvio ed evidente che un'attitudine siffatta generi anche attriti, contrasti e invidie di varia specie all'interno di una realtà politica che, pur essendo solida, per la sua stessa natura di forza ampiamente popolare e, quindi, variegata ed eterogenea non può (e non deve) immaginarsi come un granitico blocco di «yesmen» ove ogni confronto e ogni eventuale dibattito muoiano sul nascere: non siamo e non saremo mai un partito di automi.
Tuttavia, è bene prendere in considerazione un ulteriore elemento: se è vero che l'espressione di una diversità di vedute e la non sudditanza senza se e senza ma al «mainstream» indicato da un coordinamento nazionale sono fattori potenzialmente favorevoli ad un arricchimento o comunque ad una integrazione dell'azione politica, in piena rispondenza alla natura democraticamente popolare del partito, è altresì vero che per taluni soggetti impegnati a potenziare il proprio ruolo nella prospettiva di ritagliarsi pro futuro posizioni politiche di ancor maggior rilievo, la tentazione di burocratizzare nuovamente i processi politici c'è. E' l'unica reazione possibile per quanti, magari per legittima ambizione personale, per carità, non hanno né mai avranno un consenso popolare paragonabile a quello dell'attuale premier. Ma ciò che non si riesce ad ottenere attraverso un'azione politica diretta, limpida, popolare appunto, si può provare a conseguire attraverso il vetusto «politicume» da ancien regime italico. Ma qui delineiamo a questo punto due attitudini politiche radicalmente diverse: da un lato chi governa con il popolo e per il popolo, rispettando il più possibile il profondo significato insito nel concetto stesso di mandato popolare. Dall'altro quanti conoscono a menadito ogni bizantinismo possibile e, pertanto, se ne avvalgono non tanto «contra plebem», ma ad esclusivo vantaggio di se stessi.
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