2012. Come un'antica profezia maya aveva largamente preannunciato, avviene la fine del mondo. Eruzioni vulcaniche gigantesche, terremoti potentissimi, tsunami intercontinentali... Distruzione e morte su tutto il pianeta. I grandi della Terra, avvisati per tempo dagli scienziati, hanno costruito, in gran segreto dalle masse popolari, delle enormi arche ipertecnologiche per salvarsi dall'imminente disastro. E' questa la trama del film «2012», uscito venerdì scorso nelle sale italiane e già record di incassi. A prima vista sembrerebbe la classica «americanata» tutta effetti speciali e dalla morale sentimental-patriottica. E in effetti è così. Tuttavia, a noi italiani questo film può far riflettere, e parecchio.
Iniziamo facendo notare come i personaggi scelti non siano casuali: il presidente degli Stati Uniti è ovviamente di colore (Obama), il cancelliere tedesco è una donna (la Merkel) e il presidente del Consiglio italiano è un signore impulsivo e senza capelli (il Cavaliere). Inoltre la regina Elisabetta è la regina Elisabetta, il Papa è il Papa e così via...
Ma cosa accade nella sala quando il presidente degli States decide inaspettatamente di non mettersi in salvo sulle arche, ma di condividere il destino del suo popolo e andare quindi verso morte certa? Come c'è da aspettarsi, occhi lucidi di tutti gli spettatori e lacrimoni delle più sensibili. Le virtù del presidente sono accolte con la diffusa consapevolezza che Obama sarebbe davvero capace di questo gesto nobile e coraggioso. E cosa succede, invece, pochi minuti dopo, quando alla domanda «a che punto sono le operazioni?», si apprende che, mentre tutti i capi di Stato sono in volo verso le arche, anche il primo ministro italiano - unico tra tutti - ha deciso di «rimanere nella sua patria» e sfidare il fato? Ovviamente partono risate, battute e sghignazzamenti da quella parte di pubblico - non tutti per fortuna - che anche durante l'apocalisse non si dimentica di essere antiberlusconiana.
In effetti la sceneggiatura del film immagina proprio che il presidente del Consiglio italiano, seppur milionario, abbia preferito non comprare il biglietto da un miliardo di euro per salvarsi sull'arca, ma di «rimanere in patria e affidarsi alla preghiera». Si potrebbe quindi controbattere che le risatine del pubblico siano state provocate da quel «affidarsi alla preghiera». Ma perchè allora nessuno ha riso quando alla domanda «dov'è il presidente?» (americano, ndr) la risposta è stata: «in cappella a pregare»? E perchè nessuno ha riso quando l'Obama del film ha concluso il suo ultimo discorso alla nazione e al mondo intero con la frase: «Il Signore è il nostro pastore»? E dov'erano i laicisti dell'UAAR quando si apprende che addirittura accanto alla stanza ovale della Casa Bianca esiste una cappella con tanto di Madonnina bianca? Domande senza risposta. Una cosa è certa: se Obama viene applaudito per il suo gesto eroico e per la sua fede, il Cavaliere per lo stesso gesto viene deriso. Due pesi e due misure.
Ma il film non cessa qui di far riflettere su ciò che noi stessi siamo. E' interessante notare, infatti, come ne esca l'Europa: praticamente inesistente. Per il regista (ma forse vale lo stesso per tutti gli americani) l'Europa semplicemente non esiste. Si parla di Germania, Russia, Francia, Italia, Inghilterra, ma mai una sola volta che si parli di Europa. Nè come entità culturale, e nè, soprattutto, come soggetto politico. Ogni singolo Stato europeo è totalmente indipendente dagli altri e non esiste alcun coordinamento in politica estera. E dire che il film è ambientato nel 2012, quando, si spera, l'Europa avrà maggiormente lavorato alla sua unità politica e culturale... Eppure è interessante notare come, mentre giudici nominati dall'alto sentenziano su crocifissi e diritti umani, l'Europa per i non europei non esista se non come insieme geografico non meglio definito.
E' questa, in definitiva, l'impressione che si ha dal film: gli americani hanno una percezione dell'Europa molto diversa da quella che noi stessi abbiamo dall'interno e forse anche più realistica. Ma siamo noi consapevoli di questa totale mancanza di unità politica, che agli occhi dei paesi extra-europei è invece così chiara? Cosa rimane ancora da costruire di questa Unione Europea che già traballa sotto la mole della sua burocrazia? A noi non resta che sperare che per il 2012 - apocalisse a parte - si faccia qualche passo in avanti verso un'Europa diversa e migliore di quella attuale.
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