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Numero 475
del 15/05/2012
Il Kosovo, regione a vigilanza armata PDF Stampa E-mail
! di Alexandra Javarone
javarone@ragionpolitica.it
  
venerdì 20 novembre 2009

Ad oltre un anno di distanza dalla dichiarazione di indipendenza kosovara, il Pdk, partito di Thaci, ha trionfato nella gran parte dei comuni kosovari. Una vittoria preannunciata quella del Pdk, acclamata dallo stesso Thaci alla stregua di una «indiscutibile testimonianza del largo consenso raggiunto dal buon governo». Ma gli elettori accorsi alle urne, hanno avuto, invero, scarne possibilità di scelta. Thaci, che oggi interpreta il ruolo di raffinato politico, è l'ex-comandante dell'efferato esercito di liberazione kosovara, mentre Haradinaj, suo principale oppositore, è lo stesso uomo accusato dal Tpj di gravi crimini contro l'umanità, prosciolto a seguito delle misteriose uccisioni che hanno coinvolto i testimoni del processo.

La contesa elettorale, ridotta a lotta al predominio più bieco, è stata combattuta a colpi di attentati, seppur fallimentari, ed accuse di ostruzionismo perfino all'interno della coalizione di maggioranza. Ma, a fronte degli innumerevoli elogi e lusinghe giunti dai commentatori internazionali, il Kosovo permane disorientato. Una folta schiera di «osservatori», un imponente assembramento di polizia e militari vigila costantemente sull'equilibrio interno di un paese instabile che porta con sè una calma artificiale, una tregua a tempo determinato.

Seppure l'affluenza alle urne si è dimostrata superiore alle aspettative (circa il 45% su di un milione e mezzo di elettori), resta modesta la soddisfazione degli analisti che rivelano preoccupazione sul futuro della regione a maggioranza albanese, un paese povero la cui gestione della cosa pubblica è irrimediabilmente legata alla malavita. Come cupo resta il sospetto che soverchia i presunti finanziamenti illeciti erogati ai partiti per il tramite di infiltrazioni malavitose.

Il Progress Report, stilato dalla Commissione europea, rileva inoltre una lunga serie di irregolarità, vere e proprie «macchie nere» che adombrano lo stato d'avanzamento-lavori dell'entità kosovara indipendente. Assenza pressoché totale di trasparenza nelle nomine degli incarichi pubblici, corruzione galoppante e diverse interferenze della politica nei confronti dei mezzi di informazione fanno da cornice al prodotto informe di matrice internazionale.

Il processo di edificazione democratico, più volte richiamato, pone le basi su di un sistema corrotto, fondato sulla mitopoiesi identitario-nazionalista. L'autoproclamata indipendenza kosovara porta in seno la più grande contraddizione europea: la balcanizzazione, che si contrappone al comune destino europeo dei Balcani del sud, così come l'indipendenza, o secessione, confinata all'intolleranza, è piuttosto il paradosso di un protettorato lasciato alle mafie.

Confermata l'astensione nella zona Nord della regione kosovara, diverse enclave hanno registrato un'affluenza molto elevata. Certo, il dato più interessante delle consultazioni è allora la più che discreta partecipazione dell'etnia serba alle urne. Ridimensionate le ambizioni, rivelano le testimonianze, i serbi del Kosovo ricercano una più modesta consolazione: la partecipazione.




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