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Numero 475
del 15/05/2012
Sul caso Battisti Lula prende tempo PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
venerdì 20 novembre 2009

Ogni speranza di Cesare Battisti di sfuggire alla giustizia italiana è morta il giorno 17 novembre, con l'ufficializzazione della decisione del Supremo Tribuna Federale (STF) brasiliano che ha approvato, per 5 voti contro 4, la definitiva estradizione dal Brasile verso l'Italia per l'esecuzione della condanna all'ergastolo, pendente sul capo del terrorista fuggitivo per l'assassinio di quattro persone. Si conclude, almeno da un punto di vista giuridico-procedurale, un caso, quale quello del terrorista Battisti, che ha interessato il nostro Paese e il lontano Brasile, ma che a tuttoggi non sembra volersi spegnere da un punto di vista politico.

Il c.d. «caso Battisti» non è stato meramente una questione di «diritto internazionale» tout court, bensì ha coinvolto pienamente il mondo politico italiano e brasiliano, soprattutto per la rilevanza anche emotiva e politica che la figura di Battisti ha per la nostra società. Ricordiamo, perché a volte è facile dimenticare dettagli nell'essere presi da più alte e sofisticate «diaspore dialettiche», che Cesare Battisti fu durante la metà degli anni Settanta militante presso il Gruppo Proletario Armato, braccio affiliato alle Brigate Rosse. Ed è proprio in tale periodo che Battisti compie tre omicidi e uno di cui fu co-ideatore: Antonio Santoro, Lino Sabbadin, Pierluigi Torregiani e Andrea Campagna le vittime della ferocia non solo di Battisti, ma di una insana lotta ideologica che colpì come un'ascia il nostro Paese in quei terribili anni Settanta. Non alti politici, non grandi uomini di piazza affari, ma, rispettivamente un maresciallo della Polizia penitenziaria, un macellaio, un gioielliere e un agente della Digos le vittime di tale ferocia.

Battisti, ad onor di cronaca, si è sempre dichiarato innocente, sebbene il suo atteggiamento di fuggitivo sin dal 1981 si scontri pienamente con le sue dichiarazioni. Prima in Francia, durante la cui latitanza venne condannato dai giudici italiani dei crimini sopra imputategli, poi in Brasile, Battisti è sfuggito, perché questo è il termine più corretto, alla giustizia e soprattutto anche al diritto dei familiari e parenti delle vittime che attendono a tuttoggi che l'assassino del loro caro sconti la propria condanna in carcere. La decisione del Brasile del 13 gennaio 2009 di riconoscere lo status di rifugiato politico al fuggiasco Battisti ha riacceso la polemica su di lui, vedendo quasi l'intero panorama politico italiano battersi per la sua estradizione e indignarsi per la decisione brasiliana.

La decisione del Supremo tribunale federale ha certamente segnato un momento importante nella vicenda dell'estradizione di Battisti. Il presidente Lula ha dichiarato che «se la decisione della Corte Suprema è determinante, non sarà messa in discussione, e si compirà come dettata»¹. Nondimeno, l'atteggiamento del leader brasiliano è rimasto pieno di zone d'ombra, essendosi riservato il diritto di posticipare quanto più possibile l'esecuzione della decisione di estradizione, facendosi forza sulle condanne pendenti sul capo di Battisti per falsificazione ed uso di passaporto falso avvenuto su territorio brasiliano nel marzo 2007. La decisione della Corte sembra poner fine alla crisi diplomatica apertasi tra i due paesi, giacché il riconoscimento dello status di rifugiato presuppone la presenza di condizioni al di fuori dei canoni democratici, ad esempio per la presenza di esecuzioni capitali o condizioni carcerarie che violano i diritti umani.

Ciò che stupisce più di tutto sono, inoltre, le dichiarazioni del Guardiasigilli brasiliano, Tarso Genro, che ha accusato il governo italiano di una «vergognosa ingerenza e un insulto al nostro Stato e alla democrazia del nostro Paese». A ben riflettere, però, appare più grave l'atteggiamento brasiliano che ha lasciato intendere, nel riconoscere lo status di rifugiato politico al terrorista Battisti, che il nostro Paese non rispecchi strutturalmente e ontologicamente i canoni democratici, che la nostra Costituzione detta. Forse la polemica politica ha rischiato di esulare dalla questione reale, dalla vera natura del caso. Non è in discussione la democraticità dell'uno o dell'altro, entrambe indubbie, bensì il diritto di uno Stato democratico di chiedere l'estradizione di un terrorista, macchiatosi di 4 omicidi e fuggitivo da ventotto anni.

Certamente ciò che ci si aspetta in questo momento da Brasilia è un atteggiamento più deciso e chiaro nei confronti di tale caso, laddove bisognerebbe, come decoro vorrebbe, abbassare i toni della polemica politica e della strumentalizzazione mediatica, laddove ancora delle famiglie aspettano che giustizia sia fatta per l'omicidio dei loro cari.

¹ Dichiarazione tratta dall'articolo de El Pais del 18 novembre 2009. 




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