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Numero 462
del 11/02/2012
Vertice Fao e dintorni. Pochi risultati, tanta retorica contro l'Occidente PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 21 novembre 2009

Le iniziative delle agenzie delle Nazioni Unite magari non raggiungono i risultati auspicati per quel che riguarda la soluzione dei problemi che affliggono l'umanità, ma di sicuro funzionano a meraviglia, inesorabilmente e sempre, nel danneggiare l'immagine dell'Occidente e rafforzare sentimenti di avversione e ostilità nei suoi confronti, con il favore dei mezzi di comunicazione, che danno ampio risalto alle dichiarazioni più inverosimili e irresponsabili.

Il vertice sulla sicurezza alimentare di Roma si è chiuso il 18 novembre con il dichiarato disappunto del direttore generale della FAO, Jacques Diouf, deluso di non aver ottenuto i 44 miliardi di dollari all'anno che secondo lui sarebbero necessari per sconfiggere la fame nel mondo. Nell'insieme l'immagine prevalente proposta al pubblico è stata che se la fame persiste, e se l'obiettivo di superare il problema entro il 2015 non verrà raggiunto, la colpa è dei paesi ricchi che rifiutano di mobilitarsi. La loro indifferenza nei confronti delle persone affamate - ha scritto un quotidiano africano - si è finalmente palesata con la scelta dei loro capi di Stato e di governo di non partecipare al summit: i quali capi di Stato e di governo in realtà hanno già elaborato un colossale progetto triennale di lotta contro la fame, garantendo la relativa copertura finanziaria, al G8 dell'Aquila dello scorso luglio, e per di più lo hanno fatto discutendone con i diretti interessati. Ad esempio, l'Africa, il continente più povero, era rappresentata dall'Unione Africana.

Mentre si spegneva l'eco delle polemiche FAO e delle organizzazioni non governative, che d'ora in poi parteciperanno ai processi decisionali delle politiche alimentari dell'agenzia ONU grazie alla riforma del Comitato per la sicurezza alimentare approvata a ottobre, l'occasione per rinnovare le rimostranze contro l'Occidente veniva fornita dalla presentazione al pubblico, il 18 novembre, del Rapporto 2009 sullo stato della popolazione mondiale, l'annuale dossier redatto dall'UNFPA, il Fondo ONU per la popolazione, quest'anno dedicato ai cambiamenti climatici, con particolare attenzione alle loro ripercussioni sulle donne dei paesi poveri, ritenute le principali vittime.

Giulia Vallese, portavoce dell'agenzia ONU, prevede in seguito ai cambiamenti climatici un aumento della povertà e la vanificazione dei passi avanti verso lo sviluppo compiuti finora. Con l'innalzamento del mare di un metro più di 100 milioni di persone saranno costrette a spostarsi e, aggiungendo ad esse quelle che dovranno abbandonare le terre inaridite, si arriva a un totale di 643 milioni. Inoltre il cambiamento climatico avrà conseguenze epidemiologiche gravissime e provocherà un netto peggioramento del quadro patologico generale. «Lo scenario sul cambiamento climatico - commenta a sua volta l'Associazione italiana donne per lo sviluppo nel presentare la versione italiana del rapporto - fa venire i brividi: i ghiacci si sciolgono, i mari si innalzano, molti paesi vengono colpiti da inusuali ondate di siccità mentre su altri si abbattono uragani e piogge di una violenza mai vista&raqo;. Il punto - sostengono gli esperti di fiducia dell'ONU - è che da circa 150 anni il 7% della popolazione mondiale, quella che vive nei paesi più industrializzati, produce il 50% delle emissioni di gas serra, mentre il 50% più povero ne produce solo il 7%. Quindi è ai paesi ricchi che va imputato l'aumento delle temperature verificatosi nel XX secolo, a cui si devono la distruzione già avvenuta di molti ecosistemi del pianeta e la catastrofe ambientale e umanitaria che si sta abbattendo sulla Terra.

Da Nairobi, Kenya, giunge conferma all'allarme lanciato dall'Unfpa: la 17a assemblea generale della Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha aperto i lavori il 19 novembre partendo dalla constatazione che il 70% dei disastri umanitari dipende dal clima impazzito.

Anche il Consiglio ecumenico delle Chiese, COE, riunito dal 15 novembre al Palazzo di Vetro, riflette intanto sulle conseguenze tangibili del cambiamento climatico, concentrandosi soprattutto sugli effetti drammatici che produce in Africa e nell'area del Pacifico. Il COE ritiene che sia necessario fin da ora pensare al reinsediamento delle popolazioni delle isole che saranno sommerse nei prossimi decenni a causa del global warming e ha lanciato la campagna di sensibilizzazione «bell ringing»: domenica 13 dicembre le campane delle chiese della Danimarca, nella cui capitale Copenhagen inizierà il 12 dicembre la conferenza mondiale sul cambiamento climatico, suoneranno 350 rintocchi, tanti quante sono le parti per milione di diossido di carbonio considerate soglia massima di sicurezza.




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